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Spettacoli gender a scuola: sperimentazioni sui minori

Manifestazione di famiglie  - ANSA

Manifestazione di famiglie - ANSA

Nel mondo della scuola italiana c’è una accesa discussione in merito ad alcune proposte teatrali e di lettura rivolte ad istituiti di ogni ordine e grado. Prodotti culturali che dicono di volere combattere bullismo e discriminazioni, ma poi mirano a destrutturare l’identità sessuale secondo la teoria del gender, che Papa Francesco ha definito come uno “sbaglio della mente umana”. Dopo le proteste di genitori e associazioni, il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli ha ribadito il diritto al consenso informato per queste attività. Sul tema del Gender nelle scuole, Marco Guerra ha intervistato il bioeticista Renzo Puccetti, docente al Pontificio Ateneo Regina Apostolorum:

R. – La teoria del gender, benché vi siano i negazionisti, è sotto gli occhi di tutti che sia ampiamente all’opera, altrimenti non comprenderemmo i motivi per cui ai bambini vengano sostanzialmente proposti giochi con scambio di ruolo, vengano mostrati spettacoli analoghi e vengano fatti vestire da bambine i bambini e viceversa. Questo è un fatto che è in atto. Il problema è che questo nasce da una radice teorica: praticamente, il modo di comportarsi e che differenzia il maschile dal femminile, il modo di indentificarsi, il modo di pensare, il modo di relazionarsi, vengono intesi come una mera costruzione sociale. Abbiamo una montagna di studi, di letteratura scientifica che mostra che questa teoria in realtà è totalmente sbagliata. Addirittura, sono state dimostrate differenze nel primo giorno di vita dei bambini: ci sono comportamenti che sono diversi nei bambini di sesso maschile e di sesso femminile. Il problema fondamentale è questo, che noi ci dobbiamo chiedere: questa teoria facilita lo sviluppo della persona integrale, facilita un suo equilibrio psicofisico? Io ho seri dubbi, anche perché i fautori di questa teoria dovrebbero dimostrare che ci sono tutti questi benefici. E allora io mi chiedo se questa cosa che viene introdotta nelle scuola non assomigli a una grande sperimentazione sociale, una sperimentazione in cui non si capisce qual è il protocollo sperimentale, quali sono gli indicatori di efficacia. E ricordiamoci che è una sperimentazione su soggetti umani di età minore: quindi, secondo me, da questo punto di vista siamo assolutamente fuori dai canoni di un corretto approccio di qualsiasi tipo.

D. – Nelle scuole questa teoria sta facendo breccia anche attraverso alcuni spettacoli …

R. – Guardi, ho proprio sotto mano un testo di una collana di libri rivolti ai bambini e si dice che sono libri espressamente orientati al principio dell’identità di genere. La collana si rivolge a lettrici e lettori da tre a cinque e da sei a otto anni, fasce d’età nelle quali si giocano in maniera decisiva i processi di identificazione di genere e dunque le più favorevoli per innescare un cambiamento per le nuove generazioni. Io mi domando quale sia il cambiamento che si vuole innescare. Il fatto che, sostanzialmente, tutto è fluido, tutto è un costrutto sociale? Qualcuno dice: no, guardate, questo non è il nostro obiettivo; il nostro obiettivo è quello di prevenire il cosiddetto femminicidio. Voi immaginate che un bruto che accoltella una donna, che la sfregia gettando l’acido, non lo farà perché da bambino gli avevano letto la favoletta della principessa che combatte il drago? Ho seri dubbi anche in relazione al fatto che gli studi – c’è proprio una vastissima indagine condotta a livello europeo proprio dall’Unione Europea - bene, questa vastissima indagine ha dimostrato che laddove c’è maggiore uguaglianza di genere, quelli sono i Paesi nei quali si registrano maggiori delitti nei confronti delle donne.

D. – Fermo restando che ogni disuguaglianza va combattuta, la scuola dovrebbe insegnare a valorizzare le differenze …

R. – Certo: perché questa – peraltro – è la bellezza della creazione. Vi fornisco solo un dato: sapete qual è la caratteristica che costituisce il maggiore fattore di discriminazione, di stigma, di bullismo nelle scuole? E’ il peso della persona. In realtà, quello che noi dobbiamo valorizzare è la bellezza e la dignità di ogni singola persona: questo dovremmo insegnare ai nostri bambini. Quando hai fatto questo, non hai bisogno di insegnare la irrilevanza delle differenze.

Su questi spettacoli proposti per la scuola, abbiamo sentito anche il commento del prof. Furio Pesci, docente di Storia della Pedagogia alla Sapienza di Roma, presidente del comitato scientifico della Fondazione Montessori Italia:

R. – Penso che fondamentalmente si tratti di due questioni che suscitano forti perplessità. Una è relativa al contesto scolastico in cui vengono utilizzati questi libri, questi percorsi di formazione e spettacoli. Gli insegnanti non sono preparati e talvolta nemmeno disposti a seguire in prima persona questi programmi. L’altro aspetto riguarda i contenuti stessi delle proposte in circolazione perché fanno riferimento ad un pensiero e ad una ricerca scientifica ancora controversi. In ogni caso, secondo me, la questione fondamentale è che, trattandosi di materia controversa, presentarla nella scuola richiederebbe l’atteggiamento più laico possibile, ovvero il confronto aperto tra le opinioni. Questo purtroppo non avviene e proprio questo, secondo me, è il problema veramente grande.

D. - In particolare, in questi mesi, c’è uno spettacolo - che sta destando un grande dibattito - proposto alle scuole in orario scolastico. Si tratta di “Fa’ fa fine”, che presenta un bambino che si sente un giorno maschio e un giorno femmina. Insomma, per rispettare il prossimo c’è bisogno di creare un’identità più fluida …

R. - Se si vuole rimediare a una discriminazione che nella storia sicuramente c’è stata, si può fare, ma, a mio avviso, utilizzando altri mezzi, altre forme. La trovata di rappresentare un adolescente che vuole essere maschio o femmina a giorni alterni è lontana dallo stesso vissuto, dagli stessi travagli interiori delle persone che hanno effettivamente questi problemi di orientamento. Non mi sembra quindi una proposta pedagogicamente sensata, perché in qualche modo banalizza la materia stessa che tratta. Se si tratta di bambini piccoli, anche di preadolescenti, possono anche fraintendere la situazione dell’opera teatrale ed in questo senso trarne una visione deformata di quello che è in realtà il percorso della costruzione dell’identità e certamente anche l’identità sessuale. 

D. - Il nobile intento di combattere il bullismo e l’omofobia è perseguito attraverso quella che gli autori di questi spettacoli chiamano “destrutturazione dell’identità di genere”. Non si rischia di confondere l’obiettivo con un metodo che non ha basi scientifiche?

R. - Si è sostenuto che esistono degli stereotipi culturali che strutturano anche l’identità delle persone in formazione che vanno combattuti perché sono falsi, secondo me si esagera nell’affermare che, se questo è vero, se esistono questi stereotipi, allora tutto è uno stereotipo o, comunque, la costruzione sociale dell’identità passa addirittura in primo piano rispetto a quello che è il dato biologico. È necessario che la società, la cultura, riesca a far vivere a ciascuna persona la propria identità, anche dal punto di vista biologico; io devo raggiungere la mia armonia psicofisica.

D. - I grandi classici per ragazzi come “Peter Pan”, “Pinocchio”, possono ancora rappresentare un’offerta educativa o abbiamo bisogno di queste nuove storie che ci raccontano nuovi modelli sociali?

R. - Quando queste nuove storie si intitolano “Cenerentolo”, francamente a me viene da ridere. Si può innovare la letteratura per ragazzi, però questi classici che lei ha citato e anche tanti altri, come “Il piccolo Principe”, sono un patrimonio che non finirà mai di affascinare i giovani.

D. - Il ministro dell’Istruzione Fedeli, ha recentemente ribadito il diritto dei genitori al consenso informato. In una nota del Ministero, che risponde alle recenti polemiche, si afferma che iniziative extra-curricolari sono facoltative. C’è bisogno, però, che le famiglie tornino ad occuparsi dell’educazione dei giovani …

R. - Prima di tutto da un punto di vista organizzativo: se sono facoltative devono essere, a mio avviso, collocate nel pomeriggio e non al mattino; questo anche per non sottrarre tempo a quelle materie che la scuola deve fare paritariamente. Per quanto riguarda i genitori, questi devono certamente essere coinvolti e devono essere informati, ma pienamente. Se si tratta di educazione affettiva o di educazione sessuale, i genitori devono sapere che cosa si fa precisamente in quelle scuole, in quegli orari.