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Papa Francesco \ Udienza Generale e Angelus

Papa: la speranza cristiana non esclude né emargina nessuno

Il Papa all'udienza generale - REUTERS

Il Papa all'udienza generale - REUTERS

La consapevolezza dell’amore di Dio per noi è la “radice” della speranza cristiana, che non delude “mai” e non esclude né emargina nessuno. Così il Papa all’udienza generale in Aula Paolo VI, intervallata più volte da canti e cori di fedeli provenienti da tutto il mondo, che Francesco ha salutato con gioia esortandoli ad usare la stessa insistenza “con la preghiera”, per chiedere “qualcosa al Signore”. Il servizio di Giada Aquilino:

La speranza non delude mai
La speranza che il Signore ci ha donato “non ci separa dagli altri”, né ci porta “a screditarli o emarginarli”. Papa Francesco torna sul senso della speranza cristiana, spiegando come essa non deluda “mai”, perché “solida”, perché il suo “fondamento” è “ciò che di più fedele e sicuro possa esserci”, cioè l’amore che Dio nutre “per ciascuno di noi”.

“E’ facile dire: Dio ci ama. Tutti lo diciamo. Ma pensate un po’: ognuno di noi è capace di dire: sono sicuro che Dio mi ama? Non è tanto facile dirlo. Ma è vero. E’ un buon esercizio, questo, dirsi a se stessi: Dio mi ama. Questa è la radice della nostra sicurezza, la radice della speranza. E il Signore ha effuso abbondantemente nei nostri cuori lo Spirito - che è l’amore di Dio - come artefice, come garante, proprio perché possa alimentare dentro di noi la fede e mantenere viva questa speranza”.

Dio apre la sua casa a tutti, a cominciare dagli ultimi
Il fatto che Dio ci ami sempre - anche in un “momento brutto” o quando abbiamo commesso una cosa “cattiva” - è dunque una “sicurezza” che “nessuno” ci toglie. E - aggiunge - “dobbiamo ripeterlo come preghiera”. La speranza è allora un “dono straordinario” del quale siamo chiamati a farci “canali”, con “umiltà e semplicità”, per tutti:

“Il nostro vanto più grande sarà quello di avere come Padre un Dio che non fa preferenze, che non esclude nessuno, ma che apre la sua casa a tutti gli esseri umani, a cominciare dagli ultimi e dai lontani, perché come suoi figli impariamo a consolarci e a sostenerci gli uni gli altri”.

A vantarsi sono i ‘pavoni’
Il Pontefice riflette su un passo della Lettera ai Romani, in cui San Paolo esorta a vantarci, nonostante, spiega Francesco, non sia una “bella cosa”:

“Nella mia terra, quelli che si vantano li chiamano ‘pavoni’. Ed è giusto, perché vantarsi di quello che si è o di quello che si ha, oltre a una certa superbia, tradisce anche una mancanza di rispetto nei confronti degli altri, specialmente verso coloro che sono più sfortunati di noi”.

Ad agire è Dio
Eppure di qualcosa, osserva il Papa, “è giusto vantarsi”. L’Apostolo delle Genti invita a vantarci “dell’abbondanza della grazia di cui siamo pervasi in Gesù Cristo”, per mezzo della fede, perché “se impariamo a leggere ogni cosa con la luce dello Spirito Santo” ci accorgiamo che “tutto è grazia”, “tutto è dono”:

“Se facciamo attenzione, infatti, ad agire – nella storia, come nella nostra vita – non siamo solo noi, ma è anzitutto Dio. È Lui il protagonista assoluto, che crea ogni cosa come un dono d’amore, che tesse la trama del suo disegno di salvezza e che lo porta a compimento per noi, mediante il suo Figlio Gesù. A noi è richiesto di riconoscere tutto questo, di accoglierlo con gratitudine e di farlo diventare motivo di lode, di benedizione e di grande gioia”.

La pace in tutte le relazioni della nostra vita
Così facendo, aggiunge Francesco, siamo “in pace” con Dio e facciamo esperienza della libertà:

“E questa pace si estende poi a tutti gli ambiti e a tutte le relazioni della nostra vita: siamo in pace con noi stessi, siamo in pace in famiglia, nella nostra comunità, al lavoro e con le persone che incontriamo ogni giorno sul nostro cammino”.

Sperimentiamo che Dio ci ama
Paolo, prosegue il Papa, esorta poi a vantarci nelle tribolazioni: anche se risulta “più difficile” da capire, assicura il Papa, è il presupposto “più autentico, più vero” di ogni condizione di pace. Infatti, la pace che ci offre il Signore non va intesa come “l’assenza di preoccupazioni, di delusioni, di mancanze, di motivi di sofferenza”. Se fosse così, si finirebbe “inevitabilmente nello sconforto”:

“La pace che scaturisce dalla fede è invece un dono: è la grazia di sperimentare che Dio ci ama e che ci è sempre accanto, non ci lascia soli nemmeno un attimo della nostra vita. E questo, come afferma l’Apostolo, genera la pazienza, perché sappiamo che, anche nei momenti più duri e sconvolgenti, la misericordia e la bontà del Signore sono più grandi di ogni cosa e nulla ci strapperà dalle sue mani e dalla comunione con Lui”.

Cultura inclusiva e unità della fede in Europa
Comprendiamo così perché l’Apostolo Paolo ci esorti a vantarci dell’amore di Dio: perché il Signore “mi ama”, conclude Francesco, esortando nei saluti nelle varie lingue a “promuovere sempre una cultura inclusiva per le persone sole e per i senza fissa dimora”. Quindi rammenta che ieri abbiamo ricordato i santi Patroni d’Europa, Cirillo e Metodio: ricordano all’Europa e a noi tutti - sottolinea - “il bisogno di mantenere l’unità della fede, la tradizione, la cultura cristiana e di vivere ogni giorno il Vangelo”.