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In crescita la spesa militare: così il rapporto Milex 2017

Sistemi di difesa militari - EPA

Sistemi di difesa militari - EPA

Per l’anno 2017 l’Italia ha destinato circa 23,3 miliardi di euro alle spese militari, pari a oltre 64 milioni di euro al giorno e rispetto al 2016 si registra un leggero incremento. Sono alcuni tra i dati contenuti nel Rapporto Milex 2017 sulle spese militari italiane, presentato ieri pomeriggio nella sala stampa della Camera. L’indagine è stata realizzata dall’Osservatorio Milex, nato per iniziativa del giornalista ed esperto di difesa, Enrico Piovesana e di Francesco Vignarca, Coordinatore di Rete Italiana per il Disarmo, autore di diversi libri e articoli sul tema degli armamenti.

Dal rapporto risulta che, a fronte di un lieve aumento delle spese militari, il costo complessivo per garantire l’operatività dello strumento militare, comprese le spese per la manutenzione delle infrastrutture, l’operazione “Strade Sicure” e le missioni militari all’estero, risulta tendenzialmente diminuito. Cresce invece la spesa per le armi giustificata da lotta al terrorismo, contrasto all’immigrazione e criminalità. Adriana Masotti ha chiesto a Enrico Piovesana il punto della situazione:


 

R. – Il punto della situazione è di una grossa spesa militare che l’Italia sta continuando a sostenere annualmente e che non è facile calcolare. Il grosso lavoro che è stato fatto è appunto quello di analizzare e approfondire non solo i bilanci della Difesa ma tutte le voci di spesa afferenti ad altri ministeri - come il Ministero degli Esteri per le missioni e il Ministero dello Sviluppo economico per i programmi di acquisto armamenti -  e il conteggio finale che emerge supera ampiamente i 23 miliardi di euro all’anno. Quindi parliamo di una cifra sicuramente più elevata di quella ufficiale che emerge dai bilanci della Difesa, in costante aumento, anche lieve negli ultimi anni, siamo sempre sull’1.5, l’1.4 del Pil.

D. – Per che cosa l’Italia spende di più?

R. – Sicuramente la voce principale è quella per il personale militare, gran parte per il personale da “scrivania” e pochissimo, veramente pochissimo, per quello che poi è operativo ed è composto dai giovani militari. L’altra voce di spesa molto ingente è quella per gli armamenti e forse quella più discutibile perché ci sono dei programmi di armamenti veramente giganteschi - parliamo di circa 5miliardi di euro all’anno per l’acquisto di navi, carri armati, missili, bombe - che sono sostenuti non tanto per esigenze oggettive difesa nazionale quanto per gli interessi industriali nazionali il più delle volte, o internazionali in alcuni casi.

D. – Forte in questi giorni il richiamo della Nato ad un aumento delle spese militari da parte dei paesi alleati, compresa l'Italia. Come leggere questa richiesta?

R.  – La richiesta della Nato è evidente: spendere di più, non tagliare perché comunque c’è un interesse a coinvolgere sempre di più i membri europei della Nato e alleggerire la gravosità delle spese che hanno finora sostenuto gli Stati Uniti. Soprattutto sul personale, soprattutto su tanti sprechi, su programmi di acquisto di armamenti veramente inutili e ridondanti ci sarebbe invece molto modo di risparmiare rendendo più efficiente il sistema di Difesa italiana. Diciamo che la richiesta della Nato ha un senso dal punto di vista della Nato e  si potrebbe risponderle con una politica di spesa militare più contenuta ma più efficiente: concentrare le spese su forze più preparate, più efficienti, più giovani e soprattutto più all’avanguardia. Pensiamo solo alla cyber-difesa che è uno dei temi che sarà sempre più attuale: l’Italia non sta spendendo praticamente nulla. Ci si rivolge sempre all’estero per avere poi una sorta di protezione delle nostre strutture, dei nostri ministeri, delle nostre reti informatiche. Su questo bisognerebbe investire molto di più togliendo soldi invece a programmi anacronistici di carri armati, carri da guerra, cose che, insomma, onestamente, sono un po’ fuori della storia in questo momento.

D. – Forse il concetto di Difesa va rivisto…

R.  – Esatto, è proprio questo il punto. Nel nostro rapporto infatti analizziamo anche quali sono le minacce oggettive da cui bisogna difendersi e quali sono quelle che più comunemente vengono usate per giustificare dei grossi programmi di spesa militare soprattutto in armamenti. E quando si tirano in ballo la lotta al terrorismo o la lotta ai fenomeni migratori o alla criminalità urbana, addirittura, come pretesti per giustificare la spesa militare, risulta evidente che non è certo comprando cacciabombardieri che si combattono i fenomeni terroristici che minacciano le nostre società, non è con le navi da guerra che si contrasta il fenomeno migratorio, non è certo con la presenza di blindati in giro per le nostre città che si contrasta la criminalità o ancora le minacce terroristiche. Sono intelligence, prevenzione, difesa informatica il primo fronte su cui investire ed è lì che l’Italia è veramente molto, molto indietro. Quindi garantire una difesa nazionale che, ovviamente, va garantita però in maniera più razionale, più efficace, più intelligente.