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Kosovo: a nove anni dall'indipendenza si lavora per la pace

Il Kosovo festeggia l'anniversario dell'indipendenza - AFP

Il Kosovo festeggia l'anniversario dell'indipendenza - AFP

Il 17 febbraio 2008, con dichiarazione unilaterale, la Repubblica del Kosovo proclamava la sua indipendenza dalla Serbia. La decisione del Parlamento di Pristina giunse alla fine di un sanguinoso conflitto con Belgrado, che non riconosceva e non riconosce il diritto di autodeterminazione della maggioranza albanese in Kosovo, non condiviso neanche dalla minoranza serba della regione. Attualmente è riconosciuto da oltre 110 Stati della comunità internazionale. Sulla odierna situazione del Kosovo, Giancarlo La Vella ha intervistato Mauro Ungaro, direttore della “Voce Isontina”, settimanale della diocesi di Gorizia:

R. – Il Kosovo ormai viene accettato, se non proprio ufficialmente riconosciuto, anche all’interno dell’Unione Europea da 23 Paesi su 28. Con la Serbia i rapporti, al di là di quelle che sono le inevitabili tensioni locali, stanno andando verso una normalizzazione. Ci sono dei momenti di tensione; abbiamo visto nei primi giorni di gennaio la questione del treno diretto che doveva collegare per la prima volta Belgrado a Mitrovica, che è stato fermato alla frontiera. Ma i segnali positivi sono di più e sono notevoli. Nei giorni scorsi è entrato in funzione il nuovo prefisso internazionale del Kosovo grazie a un accordo tra Belgrado e Pristina. La competenza sul funzionamento del sistema giudiziario, nei comuni del Nord a maggioranza serba, prima faceva capo a Belgrado adesso è passata sotto il controllo delle autorità kosovare; è iniziata la costruzione di strutture di confine al valico di Merdare, uno dei tre passaggi transfrontalieri tra Serbia e Kosovo, che sono stati previsti grazie ad un accordo che Bruxelles ha finanziato con dieci milioni di euro. Belgrado parla di linea di demarcazione amministrativa, ma al di là delle parole, anche questo è un fatto storico. Quindi sono tanti i segnali che fanno sperare in un intervento della diplomazia per evitare le tensioni che hanno connotato, di fatto, molti di questi nove anni del Kosovo.

D. - In Kosovo esiste una questione serba? C’è una minoranza serba che secondo alcuni osservatori subisce delle discriminazioni?

R. - Certamente. Le tensioni tra Belgrado e Pristina - ricordiamo che Belgrado ancora continua a considerare il Kosovo come una propria entità amministrativa - in questi anni molto spesso sono nate proprio in seguito alla realtà della minoranza serba del Nord. Diciamo, però, che, anche in questo contesto, il percorso che Belgrado e Pristina stanno svolgendo va oltre il contingente: entrambi hanno tutto l’interesse, affinché si arrivi a una stabilizzazione dell’area, mandando segnali precisi tanto a Washington quanto a Bruxelles, favorendo da parte serba un avvicinamento sempre maggiore all’Unione Europea e, da parte anche del Kosovo, un’attenzione agli Stati Uniti e all’Unione, che sono tra le principali occasioni di finanziamento per l’economia kosovara, che - ricordiamo - esporta per oltre il 40 percento nell’Unione Europea e che dipende largamente degli aiuti della comunità internazionale.

D. - Il conflitto del Kosovo possiamo dire che sia stato la drammatica coda di quelli dell’ex Jugoslavia negli anni '90. Se non ci fosse stata questa situazione bellica nella Penisola Balanica, forse la situazione avrebbe potuto risolversi per via diplomatica?

R. - Assolutamente. Probabilmente in questo momento staremmo parlando di intere regioni facenti già parte dell’Unione Europea, quindi di una stabilizzazione necessaria proprio a tutto il continente europeo. Però da quelle zone arrivano dei messaggi di speranza e di riconciliazione molto forti. Il presidente kosovaro Thaci, proprio nei giorni scorsi, ha parlato per la prima volta di creare una commissione per la riconciliazione e superare la diffidenza ancora esistente tra albanesi e serbi in Kosovo a oltre venti anni dalla guerra. Ricordiamo che si tratta dell’ultimo grande conflitto europeo tra il ’96 e il ’99 e che venne combattuto proprio in questa regione. Poi vorrei richiamare quello che Papa Francesco ha detto nei giorni scorsi, incontrando i vescovi della Conferenza Episcopale dei Santi Cirillo e Metodio, quindi di Serbia, Montenegro, Macedonia e Kosovo. L’arcivescovo di Belgrado, Hočevar, ricordava come il Santo Padre li avesse sollecitati a un impegno per la riconciliazione e la pace. Chiese che sono minoranza, come quelle cattoliche in quelle regioni, possono avere un ruolo fondamentale per definire un futuro veramente diverso per Kosovo, Serbia e per tutta l’Europa.