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Su Rai Tre i "Ragazzi del Bambino Gesù" raccontano la loro storia

Mariella Enoc, presidente dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù - ANSA

Mariella Enoc, presidente dell'Ospedale pediatrico Bambino Gesù - ANSA

La vita quotidiana di dieci giovani pazienti colpiti da gravi malattie e di chi si prende cura di loro è il tema dei “Ragazzi del Bambino Gesù”, documentario in dieci puntate ideato da Simona Ercolani e prodotto da Stand by me per la Rai. Il programma apre per la prima volta le porte del più grande ospedale pediatrico d'Europa in quello che, spiega il prefetto per la Comunicazione mons. Dario Viganò, è “un coraggioso e delicato storytelling della malattia, di un’umanità giovane che si batte in maniera eroica per la salute e per la vita”. La prima puntata del programma, che è stato presentato oggi a Roma, andrà in onda domenica 19 febbraio alle 22.50 su Rai Tre. Il servizio di Michele Raviart:

 “Oggi si fa il trapianto. Sono lievemente preoccupato per tutto, perché non basterebbe una vita per essere pronti a una roba del genere, ma… Solo, mi secca un sacco far vedere ‘sta cosa fuori, perché principalmente per mia mamma, mio papà … alla fine sono qua; ho detto: ‘Va bene, facciamolo. Facciamolo’”.

Roberto ha 17 anni e vive a Trieste. Due anni fa gli è stata diagnosticata una leucemia linfoblastica acuta. Le sue parole prima del trapianto sperimentale di midollo, donato da sua madre Silvia, raccontano le speranze e le preoccupazioni di chi non vuole cedere alla malattia.

 “C’è differenza tra sopravvivere e vivere … Vivere significa sbagliare o fare robe giuste, cadere e tagliarsi oppure finalmente fare quel salto con doppia capriola che hai sempre tentato di fare … Sopravvivere è non provarci neanche”.

La stessa forma di leucemia ha colpito Krizia, 18 anni, nuotatrice professionista e Flavio, 14 anni, ballerino e youtuber. Alessia, 16 anni, è in attesa di un nuovo cuore per una complessa cardiopatia, mentre il piccolo Simone, 5 anni, sta affrontando vari cicli di chemioterapia. Le storie dei “Ragazzi del Bambino Gesù”,  spiega l’autrice Simona Ercolani, sono presentate senza retorica  e senza forzare la narrazione, nel tentativo di non identificare il paziente con la malattia:

 “Quando entra una persona malata o un ragazzino malato in ospedale, non entra un malato, entra una persona che è fatta di tante cose, tra cui la malattia. Dei ragazzi esce fuori la grandissima saggezza; probabilmente è uno degli effetti collaterali della malattia, perché sono costretti a riflettere di più: sulla vita, sulla morte, sugli affetti, come se la malattia portasse con sé una grazia. Per esempio, una ragazza dice all’altra: ‘Perché io ho il problema … mi sono caduti tutti i capelli … io mi vergogno, sembro un kiwi”. E l’altra dice: ‘Ma tu non ti devi vergognare: questa è una medaglia. Tu ha fatto una battaglia: devi essere orgogliosa della battaglia che hai fatto!’ – sottotesto: ‘Devi essere orgogliosa della tua battaglia per la vita!’”

Oltre tremila ore di immagini girate nel corso di un anno, per un progetto che racconta tanto il coraggio dei ragazzi, quanto la forza dei genitori e la professionalità di medici e infermieri.  Il senso è quello di “comunicare speranza  e fiducia nel nostro tempo”, come ha chiesto Papa Francesco nel suo messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali. Una “Buona notizia”, che non significa ignorare dolore e sofferenza, ma raccontarli con speranza e solidarietà. Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale pediatrico Bambino Gesù

 “Per me è stato molto difficile dire ‘sì’ o ‘no’ a questo documentario. Quando il Papa ha parlato nella Giornata delle comunicazioni, mi sono veramente sentita serena. Abbiamo colto in fondo questa idea, che la Buona Novella è l’annuncio della speranza, della risurrezione che passa attraverso il dolore. Il Papa, quando ha ricevuto l’Ospedale Bambino Gesù in udienza, alla domanda: ‘Perché il dolore dei bambini?’, ha risposto come risponde sempre: ‘Non posso dare una risposta. Però io so che il Padre ha fatto soffrire suo Figlio perché salvasse gli uomini’”.