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La crisi in Grecia: situazione drammatica, ma non se ne parla più

Premier greco Tsipras e presidente Bce Draghi - EPA

Premier greco Tsipras e presidente Bce Draghi - EPA

La Grecia è di nuovo in grave difficoltà economica. Il prossimo lunedì si riuniscono i ministri delle Finanze dell’area euro e il timore è che non ci sia accordo sul pacchetto di finanziamenti da offrire al Paese indebitato, che rischia di trovarsi con le casse prosciugate già a luglio. Divergenze di opinioni separano il Fondo monetario internazionale, il governo di Atene e gli altri creditori europei, ma il dato di fatto è che per ottenere aiuti serve un nuovo severo pacchetto di riforme che va a peggiorare una situazione sociale già emergenziale. Gabriella Ceraso ne ha parlato con Francesco De Palo, direttore della Testata on line Mondogreco:

R. – L’Eurogruppo è fondamentale perché – da come avviene da sette anni a questa parte – ogni sei mesi decide per misure che vanno a sommarsi a quelle che sono state già firmate. Quindi abbiamo la grossa bolla dei cinque miliardi che dovrebbero essere messi dal Fondo monetario internazionale da un lato, quindi l’ulteriore tranche per Atene, e altre riforme “lacrime e sangue” che il governo non può fare. Perché? Perché sono sette anni che il governo ha già fatto tagli verticali a stipendi e pensioni; alcune riforme in verità non sono state fatte, altre sono completamente folli in questo momento da un punto di vista sociale per la Grecia, quindi il Paese è in balia di una non decisione da parte di Atene e da una richiesta, diciamo eccessiva, da parte dei creditori internazionali.

D. - Questo Paese doveva dichiarare un fallimento? Sarebbe stato meglio tornare alla dracma e ricominciare?

R. - Probabilmente. Vi dico soltanto che nessuno presterebbe del denaro a chi non ne ha per restituirlo, che se una persona normale fa una dieta la può fare per sei mesi, se la fa per tanti anni muore e, soprattutto, non c’è una rinascita, perché nessuno, per esempio, immagina delle “No tax zone” per le imprese internazionali, di mettere su delle attività che possano esser propedeutiche ad uno sviluppo futuro di questo Paese. La classe politica greca, ed europea, ha fallito, solo che la differenza rispetto al 2012 è questa: mentre nel 2012 il debito greco era in pancia da istituti bancari francesi e tedeschi, oggi è nella pancia dei Paesi membri che hanno speso la bellezza di 200 miliardi di euro senza un solo risultato.

D. - Il silenzio che grava sulla Grecia, può essere manovrato dal fatto che movimenti antieuropeisti alla finestra nei prossimi voti in vari Paesi, trarrebbero nutrimento dal caso Grecia?

R. - Sì, il suo assunto è corretto. Non se ne parla anche per paura dei potenziali “no” che vorrebbero salire sul carro di quei vincitori che vincitori non sono. Però, in questo momento, la responsabilità è anche dei grandi gruppi editoriali che hanno deciso di scrivere la parola “silenzio” sul caso greco, perché di storie greche ce ne sono tantissime. Ieri sui giornali greci c’era la storia di una coppia che ha perso un bimbo e ha passato un inferno durato sette mesi perché questo feto non ha avuto nemmeno la dignità di una sepoltura e di un’analisi approfondita.

D. - Giovani e famiglie in Grecia, cioè il tessuto sociale di un Paese che garantisce il suo futuro, si sta smembrando. Abbiamo notizie non solo di maggior uso di droghe, ma anche prostituzione maggiore tra i giovani. E' così?

R. - Lo confermo e aggiungo che nell’argomento prostituzione vanno purtroppo inseriti i migranti che si prostituiscono per cinque, dieci euro. Le famiglie in questo momento stanno vivendo una situazione di emigrazione da primi Novecento. Oggi partono dalla Grecia fior di professionisti con laurea nella propria valigia, con master, con mogli e con figli con destinazione “Paesi sviluppati”, quindi Nord Europa, Svezia, Finlandia e Australia. Ma non parte più il ventenne in cerca di lavoro; parte il quarantenne, che dovrebbe raccogliere i frutti del proprio lavoro. Quindi il nocciolo della crisi è nella regione dell’Attica, dove Atene registra la metà della popolazione greca, cinque milioni di persone. Le farmacie sociali che stanno nascendo in questi anni anche grazie alla straordinaria solidarietà di questo popolo, ai sacerdoti, anche italiani, perché la Caritas italiana sta facendo un lavoro egregio di assistenza, sono quelle che danno i medicinali gratis, perché oggi ammalarsi di cancro in Grecia è un lusso che non tutti possono permettersi.

D. - La Grecia non ha produzione industriale e non ha lavoro. Perché non si riesce a sbloccare questa situazione?

R. - La responsabilità va data al premier Papandreou che nel 1980, quando ha avviato la nascita del Pasok, ha cominciato – questo bisogna dirlo – a distribuire prebende e pensioni senza creare una politica industriale. In Grecia fino a prima degli anni ’70, fino ai colonnelli, c’era una fabbrica che costruiva addirittura autobus e auto; però, si è inteso, con una politica industriale deleteria per fare favori agli amici degli amici, importare persino due elementi come olio e cotone che sono presenti in Grecia da millenni! Questo significa che in Grecia la classe politica fallimentare è andata a braccetto con quei finanziamenti europei che poi Bruxelles mandava ad Atene. Quindi questa crisi greca, dobbiamo dirlo con chiarezza e con franchezza, ha molti padri.