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La Turchia potrebbe tornare alla pena di morte abolita nel 2004

Recep Tayyip Erdogan  - AP

Recep Tayyip Erdogan - AP

Preoccupazione delle associazioni a tutela dei diritti umani per la proposta, lanciata dal presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, di un referendum per la reintroduzione della pena di morte. Un passo indietro che riporterebbe la Turchia al 2001 quando abolì la pena capitale nell'ambito del processo di integrazione europea, sebbene l'ultima esecuzione risalisse al 1984. Massimiliano Menichetti ha intervistato Riccardo Noury portavoce di Amnesty International Italia:​

R. – Su questioni così importanti, come quelle che riguardano un diritto fondamentale quale il diritto alla vita, non si può decidere "a colpi di maggioranza" o attraverso uno strumento come il referendum. Sono temi che devono essere salvaguardati rispetto alle tendenze, alle emozioni, a fatti contingenti della vita di un Paese. Quindi, massima contrarietà a questa ipotesi che riporterebbe la Turchia indietro di 13 anni e risulterebbe in controtendenza rispetto alla strada abolizionista che ormai è stata presa dal mondo, con oltre 140 Paesi che non ricorrono più alla pena capitale.

D. – Quali sono quei Paesi che però continuano a ricorrere alla pena di morte?

R. – Sono l’Iran, l’Arabia Saudita, l’Iraq, il Pakistan, la Cina da cui continuiamo a non avere dati certi sulle esecuzioni … Per il resto, la pena di morte sta facendo passi indietro: ogni anno aumenta il numero dei Paesi che non vi ricorrono più, e anche dove è praticata – per esempio, gli Stati Uniti – il numero delle esecuzioni diminuisce costantemente. Ciò nonostante, in un periodo di forte retorica populista da parte dei leader politici, la chiamata a ripristinare la pena di morte è forte: vediamo quanto sta accadendo, per esempio, anche nelle Filippine.

D. – Torniamo alla Turchia, che in seguito al tentato golpe del luglio scorso ipotizza il ritorno alla pena di morte, peraltro dopo un giro di vite pesantissimo. Qual è lo stato dei diritti umani nel Paese?

R. – Dopo il tentato golpe, lo stato d’emergenza – che di per sé è una misura legittima in situazioni di questo tipo, ma comunque non deve sospendere alcuni diritti fondamentali – è stato attuato con modalità che sono andate ben oltre la necessità e la proporzionalità. Oggi siamo di fronte a un giro di vite pesante nei confronti delle organizzazioni non governative, delle associazioni per i diritti umani, della stampa, degli scrittori … sembra quasi che quell’evento sia stato il pretesto per poter dar vita a una repressione assai più marcata rispetto al passato. E oggi la situazione è quella di un Paese in cui libertà fondamentali, come quella di espressione, di associazione, di manifestazione sono pesantemente colpite.

D. – In questo momento, sembra "congelata" la questione dell’annessione della Turchia all’Europa, nonostante gli accordi sull’immigrazione …

R. – Quello che va sottolineato è che è la Turchia che serve all’Europa e non il contrario, altrimenti non sarebbe stato firmato – da parte dell’Unione Europea – quell’accordo del 16 marzo dello scorso anno, che per Amnesty International è illegale, con il quale la Turchia è stata “affittata” nel ruolo di frontiera dell’Unione Europea. Con quell’accordo, peraltro economicamente rivelante, è stato stabilito che la Turchia avrebbe bloccato le partenze dei nuovi richiedenti asilo verso la frontiera marittima – quella della Grecia, nel caso specifico – si sarebbe presa indietro persone espulse dalla Grecia sulla base del fatto che è un Paese sicuro. Come abbiamo visto in quest’ultimo anno, la Turchia non è un Paese sicuro: non lo è neanche per i suoi stessi cittadini, figuriamoci per i richiedenti asilo …