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Siria: 50 profughi in Italia grazie ai corridoi umanitari

Corridoi Umanitari Sant'Egidio - ANSA

Corridoi Umanitari Sant'Egidio - ANSA

Mentre a Ginevra stentano a decollare i colloqui di pace per la Siria, un nuovo gruppo di 50 profughi è atterrato questa mattina a Fiumicino nell’ambito dei “corridoi umanitari” promossi dalla Comunità di Sant’Egidio, Federazione delle chiese evangeliche e Tavola Valdese. Ad un anno dall’arrivo del primo gruppo, sono quasi 700 le persone salvate dalla guerra evitando le mortali traversate del Mediterraneo, come spiega Paolo Ciani, che si occupa di immigrazione per la Comunità di Sant'Egidio, al microfono di Michele Raviart:

R. – Il bilancio è sicuramente positivo, nel senso che noi abbiamo lanciato questo programma di corridoi umanitari come una risposta concreta ai viaggi della disperazione, alle tanti morti in mare, al piccolo Aylan che tutti abbiamo visto riverso sulla spiaggia delle coste turche. Non si poteva continuare a guardare e a non far nulla. Quindi il primo bilancio è dire che queste persone vulnerabili oggi hanno una vita nuova e non sapremmo come sarebbero state, se ancora vive o in che condizioni di disperazione. L’altra cosa positiva è che la sicurezza per queste persone - ma anche pe l’Europa per l’Italia, per la nostra cittadinanza - è stata garantita perché i corridoi umanitari prevedono il fatto che le persone siano conosciute nei luoghi di origine, nel caso dei profughi siriani in Libano e controllate, prese le impronte, viste le persone e poi possano tenere un visto d’ingresso.

D. - Che storie portano? Chi sono queste persone?

R. - Portano le storie di dolore di tanti fuggiti dalla guerra. Noi in questi anni abbiamo visto che in Siria c’è una situazione drammatica e che tanti hanno sofferto, sono morti, famiglie separate, drammi. I corridoi umanitari si rivolgono particolarmente a situazioni di vulnerabilità: famiglie con molti bambini, persone malate, anziani, donne sole, cioè i più fragili all’interno di una fragilità complessa come quella di chi fugge dalla guerra.

D. - Che cosa faranno ora che hanno raggiunto l’Italia?

R. - Da una parte il percorso per ottenere i documenti, quindi fanno la richiesta di asilo politico e tutte le procedure legate a questo e poi, si inseriscono in contesti di città, paesi, villaggi che li accolgono, accompagnati da istituzioni e comunità che accolgono. Quindi vanno a scuola, cercano lavoro … la vita quotidiana di tutti, perché l’accoglienza non può essere solo dare un letto o un piatto da mangiare, ma integrare e, in questo primo anno, noi abbiamo visto  - sappiamo, abbiamo sperimentato - che non sono le istituzioni ad integrare, ma la società, la comunità. In Italia tante città, paesi, parrocchie istituti si sono attivati accogliendo ed integrando questo famiglie. Questo è un grande risultato.

D. - Che reazioni ci sono state negli altri Paesi rispetto a questo progetto dei corridoi umanitari?

R. - All’inizio c’è stata un’osservazione di ciò che accadeva, poi è cresciuto l’interesse perché si è visto che era un programma serio che funzionava gratuitamente, nel senso che la società civile si è presa carico, anche economicamente, dei viaggi e della presenza di queste persone. Così, ad esempio, la Francia, a breve, aprirà un programma analogo. A Barcellona abbiamo visto una grande manifestazione di popolo per dire: “Attenzione apriamo ai rifugiati”; anche la Spagna ha dimostrato un certo interesse. Noi crediamo che questo possa essere un modello replicabile a livello europeo Paese per Paese.