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Dj Fabo. Paglia: sconfitta per tutti, incapaci di rispondere al suo dolore

Dj Fabo - ANSA

Dj Fabo - ANSA

Suscita dolorosi interrogativi la morte di Fabiano Antoniani, noto come dj Fabo. Era cieco e tetraplegico da tre anni a seguito di un incidente stradale. Ha scelto di porre fine alla sua vita in Svizzera attraverso il suicidio assistito all’età di 40 anni. Nelle sue ultime volontà, Fabo ha parlato di esistenza senza speranza e di sofferenza. Su questa vicenda, che ha innescato in Italia un dibattito sulla mancanza di una legge idonea, Giancarlo La Vella ha intervistato mons. Vincenzo Paglia, presidente della Pontificia Accademia per la Vita:

R. – La vicenda di dj Fabo è molto triste ed è anche una grande sconfitta per lui, nel senso che, purtroppo, avrà sentito di non farcela, e una sconfitta per la società che non ha saputo rispondere. Nella profondità dell’animo di Fabo c’era come una grande domanda di amore, di senso della vita, se valga la pena vivere anche in situazioni difficili. Purtroppo la società intera non ha saputo rispondere. Ed è questo che deve suscitare in noi una riflessione urgente. Purtroppo la confusione che sta avvenendo ovunque tra eutanasia, accanimento terapeutico, suicido assistito, terapia del dolore, testamento biologico, rende necessario riprendere in mano le fila di tutti questi temi che sono enormi, ma non vanno confusi. Certamente c’è una domanda che viene rivolta a tutti: come riusciamo a vincere quella solitudine profonda che, quando si lega a situazioni dolorose, ci porta a dire che è meglio morire che vivere? C’è un individualismo pervasivo che lascia soli, soprattutto nei momenti più difficili. Perché solo ora c’è tutto questo marasma di interrogativi? Perché prima, di fatto, la società ha lasciato solo questo povero giovane che indubbiamente è passato da una condizione di esuberanza ad una condizione drammatica? L’amore, l’intelligenza appassionata deve arrivare prima che si giunga a giudizi così drammatici e a decisioni altrettanto drammatiche.

D. - A proposito di questo, c’è il rischio che si estendano addirittura i confini dell’eutanasia fino a comprendere vite che semplicemente si ritengano non degne di essere vissute?

R. - Ma non c’è dubbio! Quanti suicidi abbiamo nella nostra società, persino di ragazzi! E purtroppo, di fronte a questi esiti, non sappiamo trovare quelle ragioni che devono rendere capaci di cambiare la società, la sua cultura e il suo atteggiamento tra di noi. La solitudine porta al fatto che ciascuno sia lasciato solo con se stesso, non ci si sente corresponsabili, non ci si sente importanti gli uni per gli altri, non c’è un legame che scardina quell’indifferenza o quell’abbandono che porta – appunto – a  ritenere insopportabili determinate situazioni, che possono essere sia di dolore fisico che psicologico. In questo senso c’è bisogno di una rivoluzione culturale, di una rivoluzione del noi. L’"io" è un virus che ci sta distruggendo nella convivenza quotidiana e anche nei momenti difficili come quello della morte. Ed è oggi allora che avviene l’estensione dell’eutanasia anche a persone non malate, sane, ma che ritengono che sia chiuso il ciclo della loro esistenza sia possibile. Questa è un’aberrazione.

D. - Questa vicenda ha innescato nuovamente il dibattito su una possibile legge sul fine vita …

R. - L’accostamento tra questo fatto e il dibattito legislativo svela delle strumentalizzazioni ed è vergognoso che questo accada, anche perché qui si tratta di una persona che ha scelto di finire la sua vita e questo non ha nulla a che vedere con il dibattito legislativo circa le disposizioni di fine vita. Io credo che sia certamente possibile che ognuno di noi possa scrivere quello che crede sia importante al termine della sua vita, ma è importante che questo avvenga all’interno di un’alleanza affettuosa amorosa tra il paziente, il medico, i famigliari e gli amici. Questo è quello che la società deve provocare. Affidare il tutto a quattro righe di legge per risolvere situazioni l’una diversa dall’altra, diventa davvero rischioso. In questo senso un procedimento legislativo è utile, ma va scardinato da quelle battaglie ideologiche che rischiano di ridurre ad unum situazioni diversissime l’una dall’altra. Ecco perché io penso che c’è bisogno, magari anche di una legge, ma che prima di tutto è necessario che si instauri una solidarietà, una vicinanza per tutta la vita soprattutto nei momenti più difficili.