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Cristiani in fuga dal Sinai. Vescovo Giza: "E' atroce, aiutateci!"

Cristiani in fuga dal Sinai - EPA

Cristiani in fuga dal Sinai - EPA

Continua il dramma di centinaia di cittadini egiziani di confessione cristiana copta che stanno abbandonando sempre più in fretta al Arish, capoluogo del governatorato del Sinai del Nord a causa della violenza islamista. Famiglie intere sorprese in casa e sterminate. Chi riesce, raggiunge Ismailia, Alessandria o Il Cairo e trova l’accoglienza della Chiesa e delle istituzioni locali. Molti osservatori temono cha questa persecuzione crei emulazioni e quindi si allarghi a tutto il Paese. Proprio ieri il Papa aveva lanciato un appello ad aiutare i cristiani perseguitati. Il servizio di Gabriella Ceraso:

Uccisi e dati alle fiamme nel Sinai Nord-orientale, in Egitto, assassinati dalla branca locale dello Stato islamico che da tre anni è attiva nella regione. E’ questa la realtà dei cristiani copti e di altre minoranze. Dopo aver colpito poliziotti e militari, ora l’attenzione è per loro, ma in realtà il progetto degli isalmisti è più ampio, secondo analisti e testimoni, come il vescovo emerito copto cattolico di Giza, mons. Antonios Aziz Mina:

“Fanno questi attentati contro tutti, non solo contro i cristiani; ma loro lo fanno per destabilizzare il Paese, per mettere il Paese in difficoltà, per metterlo in ginocchio. E soprattutto, per allontanare i turisti perché sanno benissimo che l’economia del Paese conta sul turismo”.

Due le radici di quanto accade, anche nelle parole del prof. Renzo Guolo, docente di Sociologia dell'Islam all'Università di Pavia: ostilità anti cristiana e indebolimento del governo che, in questa area, cruciale per il Medio Oriente, sta mostrando tutta la sua debolezza:

“Sono ormai anni che tutti i gruppi radicali egiziani o dell’area si sono concentrati nel Sinai, che è diventato una sorta di santuario proprio perché gli accordi di pace con Israele hanno di fatto imposto una sorta di smilitarizzazione. Di questa sorta di vuoto politico e militare, formazioni prima jihadiste – in particolare Ansar Beit al-Maqdis – hanno preso di fatto il controllo; tendono a imporre quella sorta di pulizia religiosa in modo tale da far piazza pulita intorno a quello che si considera un’area di proprio ed esclusivo dominio”.

“Preda preferita, così il gruppo Isis-Sinai chiama oggi i cristiani e segna le loro case con la “N” di nazareni. “Arrivano spaventati e noi facciamo di tutto per accoglierli”: così da Alessandria parla il vescovo armeno cattolico, mons. Krikor Koussa:

“Ci sono bambini, giovani, anziani: tutti hanno paura che facciano loro qualcosa, come hanno fatto in Iraq, in Siria. Non hanno adesso né una casa né cibo; noi accogliamo tutti per l’amore di Dio e soprattutto durante questo periodo di Quaresima dove è necessario che l’uno serva l’altro perchè questo è l'insegnamento di Cristo".

“La violenza a cui stiamo assistendo è atroce”, non è da “esseri umani”. Ha la voce piena di dolore mons. Antonios Aziz Mina, che dice: “Ancora di più in questo momento abbiamo bisogno”, come ha fatto sapere il Papa nelle intenzioni di preghiera di marzo, dell’aiuto materiale ma anche delle preghiere di tutti. Basta con questa “cultura dell’odio”:

“Dobbiamo ritornare alla vita cristiana e all’amore per la carità. Dobbiamo propagare sempre questo annuncio del Vangelo e dell’amore cristiano”.

Il Nord del Sinai si svuoterà di cristiani? Non è dato di sapere se la sorte sarà quella già toccata alla Siria o all’Iraq; di certo sarà il governo egiziano a dover agire. Ancora il professor Renzo Guolo:

“In qualche modo dovrà cercare di reprimere questo contesto islamista radicale e al contempo di parlare con Israele perché è evidente che ormai per questo compito le forze che sono state dislocate non sono più sufficienti per andare a controllare interamente il suo territorio; in qualche modo dovrà cercare di proteggere la grande comunità copta egiziana, che è parte integrante della storia e del pluralismo religioso esistente sul terreno egiziano”.