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Rogo di Rignano: morti due immigrati. Don Andrea: sgomento e dolore

Baraccopoli di Rignano Garganico - ANSA

Baraccopoli di Rignano Garganico - ANSA

Sgomento e dolore per quello che è accaduto a Rignano Garganico. Così don Andrea Pupilla, direttore della Caritas diocesana di San Severo, nel foggiano, territorio in cui sorge il cosiddetto "Gran Ghetto" di Rignano, dove, a causa di un incendio, sono morti due maliani. Non si esclude la natura dolosa del rogo. Nelle baracche vivono centinaia di braccianti immigrati, oggetto di sgombero dal primo marzo. Massimiliano Menichetti:

Fiamme, fumo, morte. Hanno avvolto ancora una volta il “Gran Ghetto” di Rignano Garganico a due passi da Foggia e da una delle più belle coste d’Italia. Due maliani sono morti e adesso tutte le telecamere sono tornate in quel girone di schiavitù e contraddizioni. In queste baracche, ora sotto sgombero, in estate, durante i raccolti, arrivano a vivere anche 3mila persone. Braccianti a poco prezzo, vittime del caporalato che sfrutta chi parte da Senegal, Mali e Burkina Faso. Tra quelle lamiere e cartoni, insieme alla speranza di una vita migliore ci sono però anche le catene della prostituzione e della droga. Don Andrea Pupilla, direttore della Caritas diocesana di San Severo:

R. – La morte di due persone. Questo non deve accadere, soprattutto a chi vive in condizioni precarie come lo erano i residenti del cosiddetto ghetto. Chi è costretto a tenere a denti stretti la vita, non può perderla in questo modo. Il nostro è naturalmente un dolore ed uno sgomento per tutto quello che è accaduto.

A Rignano non è la prima volta che scoppiano incendi. La popolazione protesta chiede lo sgombero, ormai in atto, ma scende in piazza anche chi vive nelle baracche perché quella, nonostante tutto, è la propria casa. Ancora Don Andrea:

R. - Non è la prima volta che accadono incendi al ghetto di Rignano e non è la prima volta che questa realtà è sotto i riflettori. In questi giorni è in azione un intervento da parte della Regione per smantellare questa raeltà che possiamo definire una “vergogna” e che esisteva da oltre un decennio sul nostro territorio. Naturalmente è un’azione che va accompagnata da altre iniziative, bisogna offrire un’alternativa per i lavoratori, i migranti, che contribuiscono all’economia del nostro territorio e che non vivevano in condizioni dignitose.

D. - Una baraccopoli da dieci anni. Come è possibile?

R. - È un sistema formato e portato avanti da varie complicità. Naturalmente la complicità di alcune aziende agricole, dall’indifferenza del territorio, dalle organizzazioni criminali che hanno lucrato in questi anni su tutta questa vicenda.

D. - Che cosa fate per contrastare questo fenomeno?

R. - Da qualche anno la Caritas ha attivato il “Progetto presidio”. È un progetto di presenza all’interno dei ghetti; queste realtà non sono presenti soltanto a Rignano, ma ci sono anche in altre aree di cui si parla poco. L’iniziativa Caritas fornisce presenza e un orientamento verso i servizi del territorio. Spesso anche in occasione di incendi è stata proprio la Caritas ad offrire i primi aiuti e il primo sostegno. In questo momento si sta affrontando un’emergenza. La Regione ha messo a disposizione due strutture e ci ha chiesto una collaborazione che stiamo offrendo. Però è un discorso molto complesso che soltanto nei prossimi giorni, nelle prossime settimane, potremo affrontare con più lucidità.

D. - In questo contesto quali sono i vostri rapporti con le istituzioni?

R. - Noi siamo stati convocati a tavoli di concertazione, a tavoli per affrontare questa emergenza sia in Prefettura sia alla Regione. Potrei dire che il canale di comunicazione con le istituzioni è buono; ognuno di noi fa la sua parte perché questa vergogna non si ripeta più nella nostra terra.