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Yemen: riapre ospedale Msf ma continua la lotta ad Al Qaeda

Un miltare Houti controlla una manifestazione a Sana'a - REUTERS

Un miltare Houti controlla una manifestazione a Sana'a - REUTERS

Nello Yemen, si intensifica la campagna di bombardamenti degli Stati Uniti contro la frangia locale di Al Qaeda, i cui miliziani avrebbero ucciso cinque soldati nel corso di un attacco contro l'esercito. Almeno cinque i raid odierni che, all'alba, hanno colpito tre obiettivi tra la provincia meridionale di Chabwa e quella centrale di Baida. Da due anni nel Paese è in atto una guerra civile fra i sostenitori del presidente Hadi e i ribelli sciiti Houti.  Nel Nord, intanto, riapre un ospedale di Medici Senza Frontiere, bombardato lo scorso ottobre. Il servizio di Michele Raviart:

Circa 30 bombardamenti di aerei e droni, raid di elicotteri e, secondo alcune testimonianze smentite dal Pentagono, forze speciali di terra. Un dispiegamento di truppe americane mai visto in precedenza sta segnando, sotto la presidenza Trump, una politica più aggressiva contro Al Qaeda nello Yemen. I jihadisti si stanno rafforzando nel Sud del Paese, approfittando della guerra civile tra le forze del presidente Hadi, sostenute dall’Arabia Saudita e dalla comunità internazionale e i ribelli sciiti Houti, appoggiati dall’Iran e che controllano la capitale Sana’a. Un conflitto feroce che non ha risparmiato neanche gli ospedali. Una serie di attacchi alle strutture sanitarie nel Nord del Paese, tra cui, il 26 ottobre scorso, l’ospedale di Medici Senza Frontiere (MSF) ad Haydan, che era stato evacuato. Nei giorni scorsi la struttura, che ha un bacino di utenza di 200 mila persone, è stata riaperta, in un contesto in cui la situazione dei civili resta molto difficile, come spiega Francesco Segoni, operatore di MSF che in Yemen ha coordinato il progetto di Amran:

R. – La vita quotidiana della popolazione è durissima, anche perché la popolazione è presa tra due fuochi. Non dimentichiamo che quella che viene a volte dipinta come una “guerra civile”, in cui la popolazione intera è schierata da una parte e dall’altra, in realtà vede la grande maggioranza della popolazione semplicemente succube della situazione. Il sistema sanitario nel Paese è distrutto: persino a Sana’a, nella capitale, gli ospedali più grossi sono ormai completamente disfunzionali; non hanno più i mezzi e le risorse economiche; non possono pagare gli stipendi al personale, non possono procurarsi medicine, non hanno più antibiotici né medicine. Non hanno nemmeno l’energia per far funzionare l’ospedale. Immaginiamo che nelle regioni più povere e remote del Paese la situazione è veramente catastrofica. Anche un parto, anche il più banale dei problemi di salute, oggi può diventare una tragedia per la popolazione yemenita.

D. – Quante persone sono coinvolte, e di che cosa c’è bisogno, di aiuti materiali?

R. – Si stima che sia più della metà della popolazione del Paese. Un Paese di 24 milioni di persone ne vede 14-15 che non hanno sufficiente accesso a cure mediche, anche di base. Quello che manca è sicuramente la presenza di più soggetti, di più attori umanitari, perché ogni organizzazione presente sul territorio, tra cui evidentemente Medici Senza Frontiere che fa quello che può, ma è veramente arrivata al massimo della propria capacità. Non si vede la fine di questo conflitto, il che significa che la scelta di essere presenti sul territorio è anche una scelta fatta assumendo dei rischi.

D. – Che cosa significa riaprire un ospedale nella zona Nord dello Yemen che è particolarmente vulnerabile?

R. – Nel momento in cui devi prendere la decisione di chiudere il tuo sostegno a un ospedale, di evacuare anche il personale internazionale e parte di quello locale, è una decisione difficilissima perché sai che stai lasciando una popolazione che è vittima di quei bombardamenti – attenzione, non dimentichiamolo – senza alcun sostegno medico, senza accesso alle cure. Sai quanto già era precaria la situazione prima, perché lo hai visto con i tuoi occhi, e a malincuore sei costretto a ritirarti. Quindi tornare significa tornare a dare sostegno a questa popolazione che è quella che ne ha più bisogno: e perché sono le zone più complite e bombardate; e perché, più si va nelle periferie, nelle zone remote e nelle regioni lontane dai centri urbani grossi, più si trovano le situazioni di disastro e di bisogno assoluto di sostegno.