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Centrafrica, p. Trinchero: protetti in convento cristiani e musulmani

Bimbi centrafricani in un centro d'aiuto - AP

Bimbi centrafricani in un centro d'aiuto - AP

A poche settimane dalla chiusura del campo di accoglienza di Mpoko all’aeroporto internazionale di Bangui, capitale della Repubblica Centrafricana, anche gli sfollati ospitati da oltre tre anni al Convento di Nostra Signora del Monte Carmelo, alla periferia della città, hanno lasciato i loro accampamenti. Un segnale di distensione nel Paese sconvolto da un conflitto scoppiato tra fine 2012 e inizio 2013, con sanguinosi scontri tra milizie Seleka e gruppi anti-Balaka. Nelle ultime settimane, l’Onu, l’Unione Europea, l’Unione Africana e altre organizzazioni internazionali hanno unito la loro voce per denunciare nuove violenze tra gruppi armati locali, mentre la situazione di Bangui fa ben sperare. Al microfono di Giada Aquilino, lo testimonia padre Federico Trinchero, missionario carmelitano scalzo che opera al Convento di Nostra Signora del Monte Carmelo di Bangui, da otto anni in Centrafrica:

R. – Da ormai più di un anno, a Bangui la situazione è tranquilla, c’è una certa sicurezza. Ci sono stati ancora degli episodi, abbastanza sporadici, che comunque non hanno più degenerato come era successo nel 2013, nel 2014 e quasi per tutto il 2015. Poi, dopo la venuta di Papa Francesco, la situazione è nettamente migliorata. Allora questo nuovo clima, da gennaio ha permesso ai nostri profughi - che erano arrivati nel dicembre 2013 e il cui numero era poi variato, superando anche le 10 mila persone, mentre ultimamente ne erano rimaste ancora 3 mila - di decidere, grazie anche a un piccolissimo incentivo economico, di abbandonare il sito, con coraggio: sono rientrati nei loro quartieri di origine oppure sono andati ad abitare in altre zone dove hanno trovato un’abitazione.

D. – Com’è stato possibile questo trasferimento?

R. – Ogni famiglia ha ricevuto dall’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, con la collaborazione del governo centrafricano e altri partner, una piccola somma per ripartire. In ogni caso, nessuno - questo va detto - è stato obbligato a partire: la gente era contenta di partire, perché comunque nel campo profughi, pur essendo in condizioni di sicurezza, pur essendo organizzato e accanto al Convento, non si poteva andare avanti così, in quelle condizioni igieniche, con le tende di plastica che non erano proprio l’ideale per ripararsi durante le piogge.

D. – Esattamente dove si trovava il sito?

R. – Il nostro Convento si trova alla periferia di Bangui; abbiamo una grande concessione di terra e quindi la gente all’inizio, proprio nella fase più acuta della guerra, era riparata proprio in Convento, in chiesa, nel refettorio, nella sala del capitolo; in seguito le persone si sono stabilizzate attorno al Convento.

D. – Proprio in quei giorni di grande emergenza, la gente come viveva? Cosa raccontava della sua vita strappata alla normalità?

R. – Questa gente è scappata dai quartieri d’origine perché rischiava la vita, perché proprio in quei mesi – dicembre 2013 e gennaio 2014 e ancora un po’ fino a marzo – c’erano combattimenti casa per casa, in cui uccidevano la gente, soprattutto i giovani, gli uomini. Da noi hanno trovato rifugio i cristiani. Abbiamo però accolto anche, un po’ di nascosto, alcune famiglie di musulmani per un certo periodo; però poi loro stessi avevano paura e, quando ci sono stati dei convogli che hanno permesso a queste persone di raggiungere il Ciad o il Nord del Paese, si sono trasferiti.

D. – E’ stato chiuso il campo di Mpoko, all’aeroporto di Bangui; ora i profughi hanno lasciato l’area del Convento. La situazione in città, ha detto, sta tornando pian piano alla normalità. Ma dal resto del Paese che notizie ci sono?

R. – In alcune città nel Nord del Paese e nella parte Est si vivono ancora situazioni di alta tensione e di paura: ci sono città come Bocaranga, Bambari, dove ci sono ancora tensioni, anche tra gli stessi gruppi di ribelli. Perché di per sé la Seleka ufficialmente non esiste più, ma si è divisa in altri gruppi che combattono anche tra loro. Ad esempio, ho saputo che a Bocaranga spesso la notte la gente per paura abbandona la città e va a dormire nella campagna, nella savana.

D. – E’ di questi giorni la denuncia dell’Onu e di altre organizzazioni internazionali contro questi gruppi armati del Paese. Ma la speranza di pace, maturata anche con la visita del Papa nel 2015, oggi quanto è viva?

R. – E’ e deve essere ancora viva. Direi che quello che è stato cominciato da Papa Francesco sta continuando grazie all’opera, al coraggio, alla presenza del cardinale Dieudonné Nzapalainga, arcivescovo di Bangui.