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Filippine: vescovi contro la reintroduzione della pena di morte

Il presidente filippino Duterte - REUTERS

Il presidente filippino Duterte - REUTERS

Un ultimo appello ai legislatori affinché si oppongano alla reintroduzione della pena di morte per reati legati alla droga, prossima all’approvazione, è stato lanciato dalla Conferenza episcopale delle Filippine. Il parlamento, infatti, intende ratificare in queste ore il disegno di legge, nella sua terza e finale lettura, che prevede la reintroduzione della pena di morte nell’arcipelago asiatico. Nell’appello i rappresentanti della Chiesa – rende noto l’Osservatore Romano - hanno esortato i parlamentari a esprimere il proprio parere in una votazione nominale. È stato in particolare monsignor Broderick S. Pabillo, vescovo ausiliare di Manila, a criticare infatti la scelta dell’assemblea legislativa di procedere con una votazione a voce ma anonima. “La camera bassa — ha dichiarato monsignor Pabillo — ha scelto la morte e non la vita. Hanno anche avuto paura di essere identificati. Si sono rifiutati di votare in maniera nominale”.

Il card. Tagle: la vita è un dono di Dio
Mons. Ramon C. Argüelles, arcivescovo di Lipa, ha sottolineato quanto sia stato paradossale che la misura sia stata approvata, in uno dei suoi passaggi parlamentari, proprio il mercoledì delle ceneri, “il primo giorno di un tempo di conversione dalle malvagità. I legislatori — ha detto — scelgono di andare contro la parola di Dio. Scelgono la morte in nome del popolo”. Rodolfo Diamante, segretario esecutivo della commissione episcopale per l’assistenza pastorale ai carcerati, ha affermato che il passaggio del disegno di legge nella seconda lettura era purtroppo in gran parte previsto. Ciononostante, si è augurato che le coscienze dei legislatori, soprattutto dei cristiani, si ravvedano, magari ispirati proprio dal periodo quaresimale, che “prepara alla vita e non alla morte”. In precedenza, anche il cardinale Luis Antonio G. Tagle, arcivescovo di Manila, aveva esortato i parlamentari a respingere la pena capitale. Il porporato ha voluto ricordare ancora una volta che la vita umana è un dono di Dio, in quanto ogni persona è creata a sua immagine e che ogni essere umano è salvato da Gesù Cristo. “Al cospetto di Dio, la sorgente della vita, noi siamo umili. Questo è il motivo — ha avvertito il cardinale — per cui un’etica della vita, una cultura della vita, non è coerente con l’aborto, l’eutanasia, il traffico di esseri umani, le mutilazioni, la violenza contro persone innocenti e vulnerabili”, oltre che con la pena di morte.

La Chiesa non fa politica ma alza la voce quando si violano i diritti umani
Secondo padre Jerome Secillano, portavoce della Conferenza episcopale, «la Chiesa non può concordare sulla direzione presa dal governo per affrontare alcuni dei problemi più critici che affliggono il nostro paese”. La Chiesa — ha aggiunto — non fa politica, essa in passato ha alzato la voce “anche contro gli abusi commessi durante l’amministrazione Aquino e da altri presidenti in passato. La Chiesa nelle Filippine non ha nulla di personale contro il presidente ma è semplicemente critica su questioni relative ai diritti umani, alla giustizia, al rispetto della vita, allo stato di diritto, che ritiene punti di estrema importanza. La Chiesa ha a cuore le questioni che riguardano il benessere della gente e il bene comune della nazione». Nella lettera pastorale della Conferenza episcopale, dal titolo: “Il Signore non gode della morte del malvagio», diffusa e letta in tutte le chiese del paese lo scorso febbraio, i presuli hanno deplorato il «regno del terrore» che si è di fatto instaurato a seguito delle durissime operazioni repressive e preventive contro il narcotraffico. “Penso che la Chiesa e il governo — ha detto a Fides James Anthony Perez, presidente dell’associazione cattolica “Filipinos for Life” — si confrontano sulla strada più adatta a raggiungere il medesimo obiettivo, la giustizia e la pace sociale. Tuttavia le autorità civili intendono raggiungerlo con modalità che per la Chiesa sono inaccettabili». Tra le questioni cruciali che dividono istituzioni e Chiesa vi sono, come detto, la cruenta campagna messa in piedi per contrastare lo spaccio di sostanze stupefacenti, che ha provocato una lunga scia di esecuzioni extragiudiziali; il ripristino della pena di morte; l’abbassamento a nove anni di età per l’imputabilità penale. “La Chiesa — ha spiegato ancora Perez — ricorda al popolo che prosperità e giustizia si ottengono prima di tutto attraverso il riconoscimento della sacralità della vita umana, non tramite la sua negazione”.