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Donne immigrate: in un docufilm cinque casi di integrazione

Sihem Zrelli, una delle protagonista del film "Strane straniere" - RV

Sihem Zrelli, una delle protagonista del film "Strane straniere" - RV

Esce oggi nei cinema, nel giorno in cui si celebra la Giornata Internazionale della Donna, il film documentario di Elisa Amoruso “Strane straniere”. Cinque ritratti femminili che bene raccontano l’integrazione. Il servizio di Luca Pellegrini

(dal film)

Sihem Zrelli: “Sono arrivata in Italia anni fa, ho fatto la badante, ho fatto la babysitter, tutto quello che mi è capitato… Non avevo la possibilità di studiare e avere un po’ di tempo per me. Avevo una carica proprio... Non so!”

Sono straniere, certo, come la tunisina Sihem, che abbiamo appena ascoltato. Sono volti di donne, storie di passione e di impegno. L’idea del soggetto del bel film documentario di Elisa Amoruso nasce da un progetto antropologico di Maria Antonietta Mariani sulle migrazioni femminili. Le situazioni oggi in Europa sono di enorme attualità. La regista è andata alla ricerca di alcuni donne e delle loro vite di immigrate. Ha trovato Radi, Sonia, Sihem, Ljuba e Ana. Cinque "personaggi" che nell’ambito di una professione - pescatrice, ristoratrice, nel volontariato, nell’arte - dicono molto della donna oggi, della sua forza di volontà, della sua capacità di adattamento, dell’armonia – come dice Papa Francesco – che riesce a promuovere. Abbiamo chiesto alla brava regista perché questecinque donne del film, oltre che essere straniere, sono anche strane:

R. - Queste straniere sono “strane” perché a differenza di quello che di solito pensiamo degli stranieri, soprattutto degli immigrati che arrivano in Italia, queste donne sono riuscite, rimboccandosi le maniche, a darsi una seconda possibilità. E ce l’hanno fatta: sono riuscite a integrarsi, hanno quasi tutte delle storie di successo. In questo senso sono “strane”, perché non sono lo stereotipo dello straniero che in Italia ci aspettiamo: in questo senso sono una risorsa e non un peso per il nostro Paese.

D. - Elisa, che cosa l’ha maggiormente colpita di loro?

R. - Sicuramente quello che mi ha appassionato di più è la loro personalità. Hanno tutte una personalità spiccata, sono tutte donne molto decise e soprattutto hanno avuto il coraggio di fare una scelta: cioè, loro hanno scelto di provare a intraprendere una strada, anche contro le aspettative di chiunque. Quindi sicuramente mi ha colpito la loro forza di volontà e la tenacia nel portare avanti un progetto, anche se ci credevano soltanto loro. E poi il fatto di essere riuscite effettivamente a realizzare quello che volevano. Se si pensa alla storia di Radi, bulgara che non ha mai visto il mare, viene in Italia, e per scappare a una situazione di quasi violenza domestica col marito, Radi inizia a lavorare sui pescherecci a Marina di Carrara. Adesso Radi fa la pescatrice, ha la sua barca, una cooperativa di donne, vanno la mattina a pescare, poi vendono il pesce e con il pesce che avanza fanno sughi e salse che portano in tutta Europa. Mi sembra una conquista non da poco.

D. - Il suo film dice chiaramente che oggi un' integrazione è possibile. Rileva però anche una difficoltà che non dipende da chi arriva, ma da chi accoglie.

R. - Nel senso che questa integrazione spesso è dipesa più dalla loro volontà che non dalla disponibilità del Paese che le ha ospitate, perché effettivamente per integrare bene qualcuno in un Paese straniero bisogna dargli degli strumenti. Loro, infatti, mi hanno detto che la prima cosa che hanno fatto è stata studiare la lingua, ma lo hanno fatto da sole. In questo senso, secondo me, dovremmo fornire agli stranieri che arrivano in Italia gli strumenti per poter diventare a tutti gli effetti dei cittadini italiani e quindi essere delle risorse.

D. - La Giornata della donna nasce dal ricordo di una strage di operaie avvenuta a New York nel 1911. Quale significato secondo lei oggi ancora incarna questa celebrazione?

R. - Secondo me le donne dovrebbero essere all’attenzione di tutti ogni giorno. Quindi mi dispiace un po’ di doverci ricordare di noi soltanto in una giornata sul cui scenario c’è una tragedia collettiva, però sicuramente è un’occasione per parlarne, per veicolare dei contenuti che a volte diamo per scontati, perché l’emancipazione delle donne non è ancora finita purtroppo, c’è ancora tanta strada da fare, non penso di esser l’unica a crederlo e quindi dobbiamo ancora lottare per affermare i nostri diritti.