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Siria: marines verso Raqqa per offensiva finale contro l'Is

Forze siriane in marcia verso Raqqa - AP

Forze siriane in marcia verso Raqqa - AP

In Siria, almeno 23 civili sono morti nelle ultime ore per i raid aerei che – secondo l'Osservatorio siriano per i diritti umani – sarebbero stati compiuti dalla coalizione internazionale a guida Usa su Raqqa, città che l'Is ha dichiarato propria capitale. Intanto si profila un nuovo round di negoziati a Ginevra: l'inviato speciale delle Nazioni Unite per la Siria, Staffan De Mistura, ipotizza la data del 23 marzo. L’obiettivo questa volta non è solo lo stop temporaneo delle armi, ma un accordo per una transizione che metta fine alla guerra, attraverso il confronto sulla governance, la nuova costituzione, le elezioni e la lotta al terrorismo. In questo scenario i marines statunitensi sono arrivati nel Paese per lanciare, insieme alle forze di opposizione locali, una massiccia offensiva su Raqqa. Sulla situazione siriana e il nuovo round di colloqui di Ginevra, Massimiliano Menichetti raccolto il commento del prof. Andrea Ungari, docente di Storia e teoria dei Movimenti politici all'Università Luiss:

R. – Sarei un po’ cauto su questo nuovo round di negoziati, questo “Ginevra 5”, visto i fallimenti anche recenti a stretto giro degli altri due appuntamenti, quello di febbraio e quello di gennaio. È il caso di ricordare, come i colloqui di pace di Astana, non abbiano prodotto nulla e i protagonisti – Russia, Iran e Turchia – non erano stati capaci di dare vita a un documento ufficiale comune sugli obiettivi raggiunti. Quindi sicuramente va apprezzato il tentativo di Staffan de Mistura di arrivare a un nuovo appuntamento tra le forze che sono presenti sul territorio. La situazione sicuramente è cambiata anche nelle ultime ore; non credo però siano cambiamenti tali da portare nel giro di breve tempo ad una soluzione pacifica degli avvenimenti.

D. - Qual è allora la prospettiva?

R. - Si delinea una situazione che abbiamo visto ripetersi anche in altri contesti come il Libano o contesti africani come il Mozambico. Quando le forze politiche e militari in competizione sul territorio saranno arrivate allo stremo, allora, forse, si riuscirà ad arrivare ad un accordo di carattere diplomatico.

D. - Dunque siamo lontani da quello che propone l’Onu, ovvero affrontare i temi della governance, la nuova costituzione, le elezioni e la lotta al terrorismo per la pace in Siria …

R. - Sono molto perplesso dal momento che non si riesce ad imporre neanche un cessate il fuoco, non si riesce ad imporre neanche il rispetto della popolazione civile né a determinare e creare nuovi corridoi umanitari. È un Paese ancora in guerra, profondamente diviso e che ancora non riesce a trovare una soluzione alle proprie questioni. Fra l'altro, resta un grosso punto interrogativo, quello dell’atteggiamento della nuova America di Trump che ancora non ha preso una posizione netta nei confronti del conflitto siriano.

D. - Però i marines sono arrivati in Siria per l’avanzata su Raqqa, considerata dal sedicente Stato islamico la propria capitale. Qual è in questo momento il ruolo, secondo lei?

R. - È probabile da parte della nuova amministrazione Trump, che ha già dato ampi segnali di voler realizzare una distensione su larga scala nei confronti di Mosca, ci sia la volontà di collaborare con la Russia di Putin per risolvere la questione siriana e quindi sconfiggere lo Stato islamico. Quindi è possibile che sul terreno della lotta contro un nemico comune, l’alleanza tra i due Paesi possa sicuramente ritrovarsi, anche rispetto al passato. Certo, sulla definizione chiara e finale della quesitone siriana siamo ancora un po’ lontani anche dall’intravedere quale sia linea politica di Trump; un conto è mandare dei marines per sconfiggere lo Stato islamico che è una minaccia globale, non solo in Siria, un conto è mettersi a tavolino con la Russia, con la Turchia e con l’Iran per decidere qual è il futuro della Siria.