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Usa: Trump punta su petrolio e carbone, a rischio intese su clima

Il presidente Trump - AFP

Il presidente Trump - AFP

La politica energetica del presidente americano Donald Trump sarà tutta rivolta alla produzione di petrolio e soprattutto al recupero delle estrazioni di carbone. L’obiettivo dichiarato del capo della Casa Bianca è quello di rendere autonomo il Paese, in particolare dai produttori arabi, e rilanciare il lavoro, ma andando contro le politiche globali per la difesa del clima. Giancarlo La Vella ne ha parlato con Gianni Riotta, esperto di politica estera:

R. – Pare che proprio in questa settimana, il presidente americano Trump voglia lanciare il suo ordine esecutivo per cancellare il “Cleaner Act”, che aveva caratterizzato la politica energetica americana degli ultimi anni, e dovrebbe anche infine cancellare tutta la politica dell’Agenzia federale, che difende l’ambiente. Trump pensa di potere rilanciare il carbone come fonte energetica americana e in questo modo creare posti di lavoro. E proprio meno di 2 o 3 giorni fa il nuovo capo dell’agenzia per l’ambiente, Scott Pruitt, ha detto: “Io non credo che l’effetto serra e il riscaldamento dell’atmosfera siano legati all’attività umana”, quindi pensando come i cinesi, fino a qualche anno fa, di bruciare carbone per produrre lavoro e ricchezza.

D. – Produrre energia in proprio, anche dal punto divista politico, per non dipendere dagli Stati che producono il petrolio e il gas, quindi soprattutto dai Paesi arabi: dopo la chiusura sull’immigrazione, quindi, una chiusura ancora più forte, questa, verso quei Paesi?

R. – La politica dell’indipendenza energetica americana per liberare gli Stati Uniti dal ricatto dei Paesi produttori di petrolio, che da tanti anni li rende schiavi di ogni guaio del Medio Oriente, non è stata inventata da Trump, perché già gli ultimi due presidenti – Bush figlio e Obama – l’hanno fatto con l’estrazione di Shale-gas, il gas ricavato dalle rocce in profondità, che sta portando l’America a essere totalmente indipendente dal petrolio in Medio Oriente. Oggi parecchi Stati – per esempio, lo Stato di New York – resistono a favore dei temi di difesa dell’ambiente. La vera novità di Trump è il rilancio del carbone. Ma non riuscirà, questo tentativo, perché la svolta verso le energie rinnovabili, le energie pulite, che in America ormai è radicale, non è un fatto politico o ambientalistico, ma è un fatto economico: cioè, il solare sta creando centinaia di migliaia di posti di lavoro, più del carbone; e moltissime miniere, proprio negli Stati che hanno eletto Trump, vengono abbandonate perché non è più economico sfruttarle.

D. – Le scelte energetiche di Trump potranno avere conseguenze sui mercati internazionali e sull’economia di quei Paesi che non producono energia in proprio?

R. – Ce l’hanno già perché il nazionalismo economico di Trump, per adesso, ha fatto salire la Borsa che spera in un suo grande programma di costruzione, di infrastrutture. Ha fatto però anche deprimere i titoli della grande distribuzione, che teme che i prodotti non importati saranno, sì fatti in America, però costeranno molto di più di quelli che vengono importati dall’estero e dall’Asia. La vera prima conseguenza della politica energetica di Trump nel mondo è la fine di una collaborazione. A fatica Obama aveva convinto perfino i cinesi a partecipare agli Accordi di Parigi. Dopo Trump, invece, ogni blocco di Paesi opera per sé: quella collaborazione internazionale sul clima mi sembra svanire …