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Iraq: strappato all'Is il 65 per cento di Mosul Ovest

Quartiere di Mosul - REUTERS

Quartiere di Mosul - REUTERS

In Iraq, prosegue l'avanzata su Mosul delle forze governative, con l'appoggio delle milizie sciite delle Unità di Mobilitazione Popolare. Secondo fonti militari le forze anti-terrorismo hanno completamente liberato dal sedicente Stato islamico altri due quartieri, riprendendo il controllo di circa il 65 per cento di Mosul Ovest. Massimiliano Menichetti ne ha parlato con Alessandro Colombo, docente di relazioni internazionali all’Università di Milano:

R. – È immaginabile che la riconquista di questa parte della città sia particolarmente complessa anche dal punto di vista militare; era previsto anche prima dell’inizio delle operazioni. E’ importante però capire quale sia la connessione tra le difficoltà militari e quelle politiche. Paradossalmente la lotta contro l’Is è stato l’unico elemento di comunanza tra tutte le fazioni in lotta e per fazioni lotta non intendo soltanto le fazioni locali, ma anche gli attori esterni che si sono inseriti nella guerra sia in Iraq sia in Siria. Un’eventuale scomparsa dell’Is, paradossalmente, esacerberebbe le differenze interne; e può darsi che queste ultime stiano già, come è era inevitabile che fosse, riemergendo.

D. – Quanto incide la crisi siriana in relazione a quella irachena?

R. – Se vogliamo continuare a parlare dell’Is, è chiaro che la guerra in Siria e la guerra in Iraq sono guerre strettamente collegate. Ma insisto da anni nell’affermare che i due conflitti non hanno niente a che fare con l’Is. L’Is è un soggetto che è subentrato nel collasso dello Stato iracheno e in quello siriano.

D. – L’attenzione ora è per la guerra contro il Califfato; non si parla più delle difficoltà che aveva il governo di Baghdad…

R. – È un governo totalmente fragile in una regione in disfacimento, perché questo è l’elemento di ulteriore gravità. Abbiamo due Stati, l’Iraq e la Siria, che sono fondamentalmente scomparsi; e al posto di questi due Stati abbiamo una regione nella quale tutti gli attori sono entrati in una fase di competizione vorticosa. E tra questi attori basta vedere quello che sta avvenendo anche su altri scenari in questi giorni: c’è l’attivismo della Turchia, dell’Iran, c’è la preoccupazione e il riarmo continuo dell’Arabia Saudita; c’è l’inserimento di attori esterni, compresi attori che in Medio Oriente, persino all’apogeo della loro forza, non avevano mai giocato il ruolo che stanno giocando, come la Federazione russa. Quindi, il vero problema, al di là dell’Is, è il collasso dei due Stati centrali per gli equilibri mediorientali; è un collasso nel quale fondamentalmente si è aperto un arrembaggio dall’esterno di tutti gli attori possibili e immaginabili.

D. – Quale potrebbe essere la via per risolvere questa situazione?

R. – In questa situazione è molto complicato immaginare una fine del conflitto, anche perché, a differenza di qualche anno fa, le potenze che erano intervenute dieci o quindici anni fa non sembrano oggi intenzionate a rimettere insieme i pezzi del disastro che in larga parte hanno provocato. Gli Stati Uniti oggi non sono certo in condizione di assumersi la responsabilità di una grande operazione di stabilizzazione in Iraq; meno che mai i Paesi europei; e la Russia, al di là dell’illusionismo della sua politica estera attiva di questi ultimi due o tre anni, non è in condizione di sostituire gli Stati Uniti. Quindi oltre al collasso, in questo momento manca il pacificatore. Questo è il vero circolo vizioso.

D. – Tutto questo in una realtà sul territorio composta dai gruppi jihadisti fino ad arrivare alle realtà claniche…

R. – Fino a tutto: ci sono i gruppi jihadisti; ci sono ovviamente le differenze che ci sono sempre state; ci sono le spinte secessioniste, perché fondamentalmente c’è un problema anche di integrità nazionale e naturalmente ciò non può che avere effetti destabilizzanti sui Paesi vicini. Chi si stupisce che la Turchia viva con inquietudine la formazione di entità autonome o semi-autonome nel Kurdistan iracheno e siriano è quantomeno ipocrita… Quindi, c’è proprio un “effetto a cascata”: qualunque secessione destabilizza qualcun altro, e questo è quello che è avvenuto in modo quasi micidiale negli ultimi sei, sette, otto anni, da quando la situazione è andata totalmente fuori controllo.