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Scozia, Catalogna: cresce l'istanza indipendentista in Europa

Scozia: imminente nuovo referendum sulla secessione - AFP

Scozia: imminente nuovo referendum sulla secessione - AFP

Scozia e Irlanda del Nord per il Regno Unito, la Catalogna e i Paesi Baschi in Spagna e tante altre situazioni, attualmente sopite: il vento di secessione spira con una certa forza in Europa, complice la Brexit e alcune forze politiche più populiste, che fanno dell’antieuropeismo e dell’indipendentismo la loro bandiera elettorale. Quale l’influenza di queste istanze sul futuro del Vecchio Continente? Giancarlo la Vella ne ha parlato con l'ambasciatore Antonio Armellini:

R. – L’Europa potrebbe benissimo contenere e promuovere le autonomie nell’ambito della dimensione di Stati che vadano perdendo sempre più la loro forte caratterizzazione nazionale. Così non è e, quindi, le autonomie diventano a volte contenziose, come nel caso della Spagna e della Scozia, dove peraltro i nodi sono forse più intricati di quanto non appaia a prima vista, perché c’è un gioco politico interno; c’è un gioco legato al negoziato sulla Brexit; c’è un gioco legato anche alla dimensione economica della Scozia che, per la verità, non supporta un’ipotesi seria di indipendenza.

D. – Poi c’è tutta un’altra serie di situazioni in sospeso un po’ in tutti i Paesi europei. Questo vuol dire che l’Europa potrà svilupparsi unicamente come organizzazione economica e non come super Stato?

R. – Il concetto di super Stato, secondo me, tende a deviare dal ragionamento, nel senso che l’Europa federale non è un super Stato: l’Europa federale è un’entità che si forma attraverso l’apporto positivo di un numero di partecipanti, che decidono di mettere in comune quote più o meno rilevanti della loro sovranità. Il mercato e la realizzazione dei processi economici al loro interno, sono una componente di questa Europa. L’Unione Europa di oggi è ben diversa da quella dell’inizio, e al suo interno ci sono gruppi di Paesi che hanno obiettivi e prospettive che sono diversi: non conflittuali, ma diversi. E quindi credo che la via del futuro del processo europeo sia quella di un’Europa “plurale”, cioè un’Europa al cui interno convive una serie di Paesi, ognuno dei quali deve avere la medesima idea di cosa voglia dire essere “europeo”: ovvero rispondere a dei canoni fondamentali di libertà; diritti dell’individuo; economia di mercato, e così via. Ma all’interno di questa cornice perseguono obiettivi separati: si tratta di prendere atto di questo e di immaginare un percorso successivo dell’Europa in cui le sue diverse componenti possano perseguire singolarmente i vantaggi e le possibilità di ciascuna di esse. Finché noi continuiamo ad avere il mito di un’Unione Europea che persegue lo stesso obiettivo, rischiamo di contenere in una camicia di forza capacità e risorse che invece potrebbero svilupparsi liberamente, se fosse loro consentito di muoversi in parallelo. Questo non vuol dire affatto creare un'Europa di “serie A” o “serie B”, ma anzi vuol dire dare pari dignità a tutte le diverse componenti di questo processo.

D. – L’Europa poi è fatta di cittadini, e l’antieuropeismo cerca consensi laddove dice che questa Europa costa troppo…

R. – Il problema non è quello dei costi dell’Europa, che sono veramente molto modesti – meno dell’1 per cento –, ma è della percezione che di questi costi si ha e della capacità di queste istituzioni di proiettare un messaggio positivo. Certamente ci deve essere un’Europa in cui ci si possa muovere liberamente; un’Europa nella quale si possa lavorare, spostarsi e andare da un Paese all’altro senza vincoli, alla luce di un mercato più ampio, che ha permesso una crescita straordinaria. Tutto questo è una grande conquista che abbiamo raggiunto e su questo forse è bene fare attenzione quando si lamentano i costi di un ‘Europa che dà molto di più di quanto costi.