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Sud Sudan: un Paese ormai moribondo per carestia e fame

Il Pam distribuisce aiuti alimentari alla popolazione del Sud Sudan  - REUTERS

Il Pam distribuisce aiuti alimentari alla popolazione del Sud Sudan - REUTERS

Sono stati liberati gli otto operatori umanitari di una organizzazione caritativa cristiano-evangelica rapiti due giorni fa nel Nord del Sud Sudan. La stessa organizzazione ne ha dato notizia, negando il pagamento di un riscatto e non precisando chi abbia rapito gli otto. Il sequestro è avvenuto nello stato di Unity, devastato dalla carestia, inizialmente era trapelata la notizia che il riscatto richiesto fosse proprio la distribuzione di aiuti umanitari. La fame, che vede a rischio oltre un milione di persone, è l’ultima delle emergenze nel Sud Sudan, distrutto da tre anni di guerra civile, soprattutto tra l’etnia Dinka del presidente Salva Kiir e quella Nuer dell’ex vicepresidente Riek Machar. Francesca Sabatinelli ha intervistato il comboniano Daniele Moschetti, per sette anni missionario in Sud Sudan, sei dei quali vissuti da provinciale:

R. – È un popolo molto provato da questa guerra che ha visto delle atrocità enormi, come stupri di migliaia di donne, ci sono diciassette mila bambini soldato. Quindi c’è una situazione che, non soltanto dal punto di vista sociale, ma anche da quello politico e militare, è di grande sofferenza, fatta di traumi che originano dalle guerre precedenti. Ma c’è anche una Chiesa che ha sempre più bisogno di trovare un’unità insieme alle altre Chiese, un’unità che si sta costruendo in maniera molto positiva, ma ha bisogno anche di pastori che possano aiutare la propria gente a resistere dentro ad una situazione non facile, dove le Chiese rimangono l’unico baluardo davvero forte di speranza e di futuro.

D. – Il neo segretario Generale delle Nazioni Unite, Guterres, è stato in questi giorni in Sud Sudan e ha in qualche modo scongiurato il rischio di un genocidio. Prematuro dire questo o effettivamente si potrà evitare?

R. – Forse mi sembra un pochino prematuro da parte sua, nel senso che fino adesso le Nazioni Unite, con Ban Ki-moon e tutti gli altri organismi legati all’Onu, hanno sempre parlato di “genocidio”, anche il Papa e tanti altri lo hanno fatto. Anche noi abbiamo visto questo rischio per il semplice fatto che adesso c’è una polverizzazione di gruppi militari di varie etnie: non c’è più soltanto la guerra civile tra Nuer e Dinka, tra il presidente Salva Kiir, Dinka, e l’ex vice presidente (Riek Machar ndr) che è Nuer, oggi è diventata una lotta di tutti contro i Dinka, di tutti contro Salva Kiir, contro il suo governo, anche se lui sta portando avanti un’iniziativa per il dialogo con le opposizioni. Però sappiamo benissimo che in alcune zone continua con il suo esercito, del governo, ad attaccare in alcune zone Nuer ma anche in altre dove ci sono altre etnie. Quindi, non si può invitare al dialogo se poi si continua ad ammazzare la gente, cominciamo a fermare le armi e poi possiamo veramente iniziare a dialogare. Siamo tornati indietro rispetto a qualche tempo fa, qualche anno fa, perché si andava verso una maggiore integrazione delle etnie oggi, dopo questi scontri continui per riconciliare i gruppi, ci vorranno decenni, decenni, decenni! Se non si entra nella dimensione della riconciliazione e del perdono sarà certamente difficile avere un futuro.

D. – A tutto questo poi si somma questa povertà estrema e questa carestia drammatica. Se non sono le armi, è la fame a sterminare questo popolo…

R. – Sì, perché negli ultimi due anni e mezzo sia le Nazioni Unite ma anche tutti gli organismi non governativi, noi come missionari e la Chiesa locale, hanno sempre messo in allerta il mondo proprio dicendo che ci sono quattro-cinque milioni di persone che sono a rischio di fame. Papa Francesco, settimane fa, nell’udienza del mercoledì, aveva esattamente detto questo: ci sono persone concrete che stanno morendo di fame! E questo è stato confermato anche dal governo, ed è stata la prima volta che lo ha fatto, finora aveva sempre rifiutato di ammetterlo, dicendo che erano tutti numeri dati dalle Nazioni Unite e dagli organismi non governativi per prendere denaro e soldi. Però, concretamente, sta avvenendo questa ecatombe. C’è una grande difficoltà, anche per quanto riguarda il portare il cibo, sganciandolo ad esempio dagli aerei, alle persone che stanno vivendo in una situazione di grande dramma dovuto alla fame. Il governo non apre i corridoi umanitari per poter dare una mano. C’è anche un po’ la cattiveria, che ha indubbiamente un fine e che è disumana, disumana…

D. – Il lavoro di voi missionari è un lavoro reso difficile dal conflitto e dall’odio, ma è un lavoro che però vi vede a confronto con persone che sono prevalentemente di religione cristiana. Questo che significa per voi?

R. – Indubbiamente è una grande sfida, perché ci sono un presidente cattolico e un vice presidente presbiteriano, protestante, e vedere ciò che sta accadendo, una situazione di tale atrocità in questo tempo, ci pone tante domande. Ci sono tante sfide dal punto di vista religioso, in questo momento non è un conflitto Nord-Sud, quindi islam-cristianesimo, ma è tra la gente battezzata e che si dice cristiana, ma che di cristiano non ha niente. Ci sono state delle atrocità e dei crimini di guerra, il presidente e il vice presidente devono rispondere per le azioni, chiaramente pianificate, di grandi uccisioni. E questa è una sfida che le Chiese devono assumere: come riuscire ad inculturare sempre di più il messaggio del Vangelo, il messaggio di Gesù Cristo, dentro una realtà storica dell’oggi dove ci sono dei segni che sono veramente del male. Bisogna dare l’opportunità di creare degli spazi dove la gente si possa veramente incontrare. Diciamo che l’educazione è la chiave fondamentale per ogni conflitto, specialmente in Sud Sudan.