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Il vicario apostolico in Turchia: i populismi portano al baratro

Mons. Paolo Bizzeti, vicario apostolico dell'Anatolia - RV

Mons. Paolo Bizzeti, vicario apostolico dell'Anatolia - RV

Non si placano le polemiche, anche con parole forti, tra Turchia e Olanda. Commentando l'esito delle elezioni nei Paesi Bassi, il ministro degli Esteri turco Cavusoglu ha detto che non c'è differenza tra il premier liberale Rutte e il leader populista Wilders, hanno la stessa mentalità: "Avete iniziato il collasso dell'Europa - ha affermato - presto le guerre sante inizieranno in Europa". Ascoltiamo in proposito mons. Paolo Bizzeti, vicario apostolico dell’Anatolia, al microfono di Antonella Palermo:

R. – Mi sembra sia un tempo nel quale si è molto reattivi sia in Medio Oriente che in Europa che negli Stati Uniti. Forse bisogna, prima di tutto, rendersi conto che c’è un clima un po’ esasperato; ci sono delle tensioni che stanno crescendo – purtroppo  da alcuni anni - per motivi in parte fittizi, in parte reali, e che forse sono stati anche sottovalutati in passato. Le difficoltà nelle infinite trattative tra Turchia ed Unione Europea mi sembra siano il segnale che c’è qualcosa che non sta funzionando da entrambe le parti. Certamente l’Europa, o almeno la politica di alcune nazioni europee, negli ultimi anni è stata molto contraddittoria. Tutto questo alla fine ha creato un clima di grande tensione. Poi ci sono fatti occasionali che sono un po’ come la miccia che accende delle polveri che già erano presenti. A questo si aggiunga il fatto che quanto sta succedendo da sei anni in Siria e in varie parti del Medio Oriente è veramente incomprensibile; non si riesce a comprendere perché l’Europa sia così incapace di dire una parola forte, non si comprende come mai si sia creata e si sia lasciata andare per anni una situazione pericolosa dai risvolti facilmente immaginabili e sempre peggiori. C’è molto disorientamento.

D. - Un po’ tutte le parti hanno esagerato i toni delle proprie dichiarazioni, secondo lei?

R. - Credo di sì. Qualcuno forse dice anche qualcosa di troppo. Bisogna capire però quali sono le radici di queste tensioni. Credo che un po’ dovunque ci sia una crescita della xenofobia, dell’islamofobia, così come in altre parti del mondo c’è una crescita della cristianofobia; sembra che in questo momento chi vuole ottenere attenzione per forza di cose deve avere delle posizioni estremiste populiste che in realtà ci stanno portando nel baratro. Allora, lancio un allarme proprio in questo senso. Questi populismi, queste dichiarazioni così massive investono interi popoli, pensiamo anche a questi decreti voluti dal presidente degli Stati Uniti che non distinguono tra una massa di popolazione in grave crisi ed una minoranza di terroristi. Dovunque sembra esserci un clima di grossolanità nell’affrontare i problemi che evidentemente fa leva sui disagi degli elettori. I toni sono un po’ senza fare distinzioni, rievocando fatti del passato, minacciando, facendo immaginare alla gente scenari apocalittici per il futuro, quando noi ad esempio sappiamo che i tre milioni di turchi presenti in Germania si sono integrati e non hanno mai dato prova di essere degli estremisti. Quindi, come è possibile adesso rigettare interamente una popolazione? Così anche dall’altra parte certamente c’è una sfiducia in questo momento verso alcuni governi europei  e credo che questo non convenga a nessuno perché invece bisogna riprendere la strada del dialogo paziente. La Turchia ha cercato di adeguarsi a molte delle richieste anche dell’Europa, ma sono processi lunghi. La Turchia è un Paese troppo importante per  l’Europa, non possiamo farne a meno, non possiamo alzare dei muri.