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Un anno del Papa su Instagram. Ruiz: testimone di misericordia anche nei Social

Papa Francesco con mons. Lucio Ruiz e Kevin Systrom - RV

Papa Francesco con mons. Lucio Ruiz e Kevin Systrom - RV

Il 19 marzo dell’anno scorso, Papa Francesco apriva il suo account @Franciscus su Instagram, il social network su cui si possono condividere foto e video. Ad un anno di distanza, l’account papale ha oltre 3,5 milioni di follower e ogni settimana le immagini pubblicate sono visualizzate in media da circa 10 milioni di persone. Sull’importanza di questa presenza di Francesco sui Social Network, Alessandro Gisotti ha intervistato il segretario della Segreteria per la Comunicazione della Santa Sede, Lucio Adrian Ruiz, che muove la sua riflessione ritornando all’incontro di Papa Francesco, un anno fa, con il fondatore di Instagram Kevin Systrom:

R. - Un anno fa stavamo iniziando l’account Instagram. I ricordi sono tanti! E’ stato un tempo molto ricco. Però la cosa più bella di tutte è stata l’incontro con il Santo Padre, quando Kevin Systrom, (co-fondatore di Instagram) è venuto e ha presentato l’idea al Santo Padre, con l’obiettivo principale di poter comunicare un messaggio con l’immagine. Il Santo Padre ha risposto parlando della teologia dell’immagine, come la Chiesa sempre ha vissuto l’immagine come la maniera di essere vicina alla gente e addirittura di fare catechesi. Lui raccontava dei dipinti delle chiese e ha raccontato un’esperienza importante. Ha detto: “E’ talmente importante l’immagine nel mondo che quando io mi avvicino ai bambini, i bambini non vogliono parlare perché sono timidi ma mi portano un’immagine e allora io domando loro: ‘Che significa questa immagine?’ E poi lì si sciolgono e uno li deve fermare perché cominciano a raccontare tante cose di sé ...”. “Il punto di accesso a un dialogo – dice – è l’immagine, quindi questo progetto lo dobbiamo fare”.

D. – Francesco è approdato su Instagram con questo messaggio: “Voglio accompagnarvi nel cammino della misericordia e della tenerezza di Dio”. Vale la pena ricordare che eravamo nel pieno del Giubileo della Misericordia. Ma è possibile portare questa tenerezza di cui parla il Papa anche nei social network?

R. – Assolutamente, sì. Nelle risposte che seguiamo tutti i giorni, anche per dare al Santo Padre una sintesi di quello che milioni di persone scrivono, nei punti più importanti, abbiamo visto come la gente abbia accolto appieno questa idea. Ci colpisce molto come davanti a un messaggio che si vuole trasmettere, quando il Papa ad esempio sta baciando una persona, un malato, lo abbraccia, lo benedice, ci sono espressioni come: “Questo abbraccio è tutto mio… Grazie per questo abbraccio: oggi ne avevo bisogno”. La gente, vedendo il Papa che abbraccia un altro, sente questo abbraccio come suo. E magari c’è gente che sta in ospedale, gente che mai potrà venire a Roma a trovare il Papa e che vive quella piccola espressione digitale come un’esperienza che fa propria.

D. - C’è un’immagine, tra le tante che abbiamo visto in questo anno su Franciscus, che l’ha colpita?

R. – Quando lui prega, perché trasmette questo senso del mistero dell’essere raccolto con Dio: mettere in Internet quel momento profondo crea questa reazione di raccoglimento, di preghiera…. E poi altre immagini che sono molto forti, che toccano molto, sono quando accarezza qualcuno, un anziano, un malato, un bambino: ci sono questi grossi abbracci, che diventano una teologia del corpo fatta e vissuta con semplicità.

D. – Questo Papa genera immagini che toccano la mente e il cuore della gente, anche dei non credenti. A dire il vero, genera immagini anche con le parole: pensiamo alle omelie di Santa Marta. Che lezione offre ai comunicatori, e in particolare proprio ai comunicatori cristiani?

R. – Siamo nella cultura digitale. Come diceva Papa Benedetto, c’è un “continente digitale”, una realtà nella quale dobbiamo entrare e vivere perché, se l’uomo sta lì, la Chiesa non può non esserci e deve esserci nella stessa dinamica con cui i missionari lo facevano quando scoprivano un altro continente, un’altra realtà. Che cosa facevano i missionari? Studiavano la loro cultura, la loro lingua in maniera tale che conoscendole potessero portare loro Gesù. Nella stessa maniera, se noi siamo davanti a una cultura che è digitale con gente che abita in questi ambienti digitali, noi dobbiamo imparare quel linguaggio, fare presente Gesù ma in quella cultura, perché questa è la dinamica della Incarnazione. Il Verbo si fece carne quindi abitò fra noi, prese la cultura di quella epoca, parlò quella lingua … Questo è un dovere della Chiesa: sempre inculturarsi in ogni tempo, anche per dare un messaggio di speranza. Qual è la missione dei comunicatori? Poter trasmettere la speranza del Vangelo pure in questa realtà. La nostra missione è quella; quindi, la prima cosa è conoscere questo linguaggio, questa cultura, queste dinamiche perché non è semplicemente una trasposizione da un mezzo a un altro, non è mettere una parte in un’altra, perché così non funziona, non si può capire, non si può seguire! C’è un linguaggio che gli è proprio e che quindi dobbiamo imparare; c’è una dinamica che gli è propria – e che dobbiamo imparare; imparando, veicolare con questo linguaggio una parola d’amore.