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Mons. Auza: riaffermare la dignità delle donne sul lavoro

Un gruppo di donne del Gambia rifugiate in Senegal - AFP

Un gruppo di donne del Gambia rifugiate in Senegal - AFP

La comunità internazionale “protegga e riaffermi fortemente la dignità della donna sul posto di lavoro”. È il richiamo levato in questi giorni all’Onu di New York a nome della Santa Sede dall’osservatore permanente, mons. Bernardito Auza. Il presule è intervenuto alla 71.ma sessione della Commissione sullo status delle donne, in corso fino al 24 marzo e dedicata al tema del lavoro femminile “nel mondo che cambia”. Il servizio di Alessandro De Carolis:

Colonne ma invisibili. Che svolgono un lavoro che fa risparmiare somme enormi a uno Stato, ma il loro è un non-lavoro – almeno per come il sistema economico lo considera – e dunque lo Stato non le retribuisce perché, di nuovo, non le vede. Oppure sono inserite in un settore lavorativo propriamente inteso ma sono discriminate. Peggio ancora se da quel lavoro dipende la possibilità di integrarsi in un altro Paese.

Donne e lavoro, troppe diseguaglianze
È il mosaico della condizione di tante donne “nel mondo del lavoro che cambia”, come recita il titolo della serie di incontri in programma questa settimana all’Onu sul tema. Il rappresentante vaticano, mons. Auza, parte dall’analisi dell’attuale, uno scenario in cui, dice, si registra una “crescente” precarietà dell’occupazione femminile, con troppe donne lavoratrici spesso “estromesse – elenca – dai sistemi di protezione e di previdenza sociale, trascurate per una promozione”, vittime di differenze retributive “rispetto agli uomini nell’ambito dello stesso lavoro”, oppure “discriminate nelle assunzioni semplicemente a causa della prospettiva di un congedo di maternità o di un congedo esteso destinato alla cura dei figli o dei familiari malati e anziani”.

La cura della famiglia è un lavoro
Invece, sostiene mons. Auza, è proprio in questa “predilezione e dono” tipicamente femminili – il “prendersi cura degli altri” – il cuore della sfida per “governi e datori di lavoro privati” chiamati, afferma l’osservatore della Santa Sede,  a “trovare modi creativi” per permettere alle “madri che lavorano” di non sentirsi “sotto pressione o costrette a sacrificare le proprie capacità materne”. Giacché, puntualizza il presule, “anche se il lavoro non pagato delle donne non è ufficialmente riconosciuto nell'economia formale”, esso “contribuisce non solo allo sviluppo economico di ogni Paese, ma sostiene anche i pilastri fondamentali che governano una società e una nazione” – basterebbe considerare quanto lo Stato dovrebbe “altrimenti spendere per i servizi sociali”.

Rispettare la dignità femminile
Mons. Auza porta l’esempio del “congedo familiare mirato alla crescita dei figli o alla cura di malati e anziani in famiglia”. Concederlo alle donne “è una delle diverse forme di risposta, che può essere ancora più efficace se accompagnata da politiche sociali e strutture di compensazione favorevoli alle donne che si occupano della famiglia stando in casa, con particolare attenzione alle ragazze madri, così come alle donne rifugiate e migranti, che sono in maniera sproporzionata tra le donne più vulnerabili e più povere”. Proprio la dignità di quest’ultime, soggiunge, “deve essere rispettata, i loro diritti umani protetti e promossi e il loro genio femminile affrancato, offrendo loro le migliori opportunità di un lavoro dignitoso”. Dunque, osserva il presule, “è della massima importanza che la comunità internazionale protegga e riaffermi fortemente la dignità della donna sul posto di lavoro, nella famiglia e altrove”, con misure che consentano “l'accesso alle competenze e alla formazione, alla proprietà e al controllo delle risorse produttive” e che, al tempo stesso, mettano “fine a ogni forma di abuso, come pure allo sfruttamento e alla tratta delle donne e delle bambine”.

L’uomo e le responsabilità domestiche
E c’è un richiamo anche alla responsabilità dell’uomo che cambia al pari della condizione del lavoro femminile. Mons. Auza si rifà all’“Amoris laetitia” di Papa Francesco. In un'epoca in cui le donne sono sempre più impegnate in attività professionali, “è possibile, ad esempio, che il modo di essere maschile del marito possa adattarsi con flessibilità – afferma il Papa – alla condizione lavorativa della moglie. Farsi carico di compiti domestici o di alcuni aspetti della crescita dei figli non lo rendono meno maschile, né significano un fallimento, un cedimento o una vergogna. Bisogna aiutare i bambini ad accettare come normali questi sani ‘interscambi’, che non tolgono alcuna dignità alla figura paterna”.