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Ue vara maggiori controlli sui "minerali insanguinati"

Miniera d'oro in Congo - REUTERS

Miniera d'oro in Congo - REUTERS

Passo in avanti dell’Unione Europea nel contrasto al finanziamento di gruppi armati tramite il commercio di minerali. Con un regolamento restrittivo sulle importazioni il Parlamento europeo ha reso obbligatorio e trasparente il rapporto con i fornitori e le modalità di controllo sull’ingresso nell’Ue di oro, stagno, tungsteno e tantalio, materie che alimentano l’industria elettronica, automobilistica nonché costruzioni, illuminazioni e gioielleria, ma col sangue di intere popolazioni in tante parti del mondo. Il servizio di Gabriella Ceraso:

Sono detti i minerali dei conflitti: stagno, tantalio, tungsteno e oro. L’Unione Europea ne è uno dei più grandi importatori in forma grezza o concentrata, con una percentuale di quasi il 35% del commercio globale. Eppure, dietro c’è il sangue di tante popolazioni africane. Ascoltiamo padre Giulio Albanese, direttore delle Riviste delle Pontificie Opere Missionarie ed esperto di questioni africane:

“Costringe i civili, soprattutto donne, vecchi e bambini, a migrare. Questo implica la perdita dei beni familiari, personali e naturalmente acuisce a dismisura la povertà e dunque l’esclusione sociale. In alcuni casi, i minori vengono utilizzati anche per lo sfruttamento di queste materie prime, con il coinvolgimento diretto di compagnie straniere”.

All’unanimità, con 558 sì, 17 no e 45 astenuti, il Parlamento europeo ha messo un primo argine a questo, nel senso dell’intransigenza: ora c’è l’obbligatorietà  dei controlli imposta ai grandi importatori ed è la cosa più importante, spiega l’eurodeputata Alessia Mosca dei socialisti e democratici, tra i sostenitori del nuovo regolamento:

“Abbiamo fatto una battaglia molto forte: già il fatto di lasciare la volontarietà, come abbiamo visto in passato, non dà gli stessi risultati, quindi ci deve essere una responsabilizzazione di tutti gli anelli della produzione, arrivando fino al fornitore”.

Le aziende importatrici entreranno anche in un registro dell’Unione Europea:

“Significa che c’è una pubblicità, rispetto alle responsabilità che i produttori devono assumere, cioè dev’essere chiaro che il materiale non venga da quei territori identificati come territori di conflitto. Il modo migliore per aggirare, per evitare illegalità è la trasparenza di un processo”.

E’ un primo passo importante ma timido, commenta ancora Giulio Albanese. Resta molto da fare e restano varie incognite: innanzitutto, perché solo quattro materie da controllare e non tutte? E poi, perché solo riguardo i Paesi in guerra? 

“Direi che nella quasi totalità dei Paesi dell’Africa subsahariana ci sono commodities, quindi la verità è che lo sfruttamento delle materie prime avviene anche in Paesi in cui, dal punto di vista formale, c’è la pace. Penso per esempio alla Sierra Leone, tanto per citarne uno, o alla Liberia, per non parlare dell’Angola: poi, comunque, lo sfruttamento delle materie prime spesso è in flagrante violazione del diritto internazionale e dei diritti umani. Sarebbe davvero importante riuscire a definire strategie e tecniche davvero di monitoraggio, una vera governance solidale. E’ importante coinvolgere la società civile. Altrimenti, è inutile nasconderselo: non si tratta di una semplice certificazione, ma di una auto-certificazione. E dunque l’attendibilità di questo processo rischia di essere puramente formale”.