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23 anni fa l'assassinio di don Peppe Diana, prete che lottò contro la criminalità

Uno dei momenti delle manifestazioni per don Diana a Casal di Principe - ANSA

Uno dei momenti delle manifestazioni per don Diana a Casal di Principe - ANSA

Il 19 marzo di 23 anni fa don Peppe Diana veniva assassinato dalla camorra, pochi minuti prima di iniziare a celebrare la Messa nella chiesa di San Nicola di Bari a Casal di Principe, nel casertano. La sua colpa era quella di aver sempre levato la voce contro la camorra e il sistema criminale. Molte le celebrazioni per ricordarlo organizzate dal comitato don Peppe Diana, all’insegna anche quest’anno dello slogan “Risaliamo sui tetti e riannunciamo parole di Vita”, tratto dalle parole dello stesso don Diana. Francesca Sabatinelli ha intervistato Valerio Taglione, coordinatore del Comitato don Peppe Diana di Casal di Principe:

R. – Il Comitato don Diana nasce ufficialmente nel 2006, ma formalmente già il 21 marzo del 1994, dopo la morte di don Diana. Quindi abbiamo sempre organizzato cerimonie, celebrazioni e attività per fare memoria di don Peppe perché veniva continuamente infangato, anche dopo morto. Poi dal momento in cui è diventato un riferimento, un simbolo per tutto il territorio abbiamo provato a organizzare dei momenti che fossero legati all’impegno, cioè come provare a costruire sull'esempo di don Peppe Diana. Quella camorra che ha ucciso don Diana ha perso ora, però dobbiamo stare attenti perché la camorra si rigenera, soprattutto nella corruzione, quindi l’impresa criminale, la politica corrotta, tutto un sistema che in qualche modo può rigenerarsi e trovare di nuovo campo fertile in questi territori. In questo momento c’è bisogno di provare a definire sul territorio nuove strategie, nuovi modelli di economia. Noi lo abbiamo fatto proponendo un’economia sociale. Tante cooperative utilizzano beni confiscati, inseriscono soggetti svantaggiati, facciamo iniziative che danno lavoro e dignità alle persone che si trovano in questi territori e hanno deciso di rimanere per costruire terre nuove.

D. - In questi anni è stata fatta tanta strada nella lotta alla camorra, ma la camorra – come ci diceva lei – si rigenera …

R. - Il cammino che è stato fatto sicuramente è notevole, non siamo nella situazione di 24 o 26 anni fa, siamo in una situazione completamente diversa. Ma nello stesso tempo le camorre in qualche maniera si sono trasformate. Allora c’è il rischio che noi combattiamo una guerra, una battaglia con un modello vecchio, mentre loro continuano a organizzarsi e a costruire nuovi modelli criminali. Noi purtroppo non siamo in grado di cogliere questo mutamento, questa metamorfosi in corso, perché quei criminali sono in galera, quelli famosi che abbiamo combattuto, ma il sistema non è stato smantellato. Nelle indagini della magistratura affiora, anche negli ultimi tempi, il forte patto che c'è tra una società collusa che in qualche maniera fa affari con questa camorra che poi, addirittura, non è intimidita, ma chiede di fare affari con la camorra. Mi riferisco quindi a imprese che diventano criminali perché gli imprenditori adottano lo stesso modello criminale.

D. - Don Peppe Diana non è l’unico esponente della Chiesa ad essere stato ucciso dalla malavita. La Chiesa a volte però - è stato anche detto - è  stata un po’ troppo morbida con la mafia. Queste sono parole di uomini di Chiesa come l’arcivescovo di Monreale, mons. Michele Pennisi, il quale qualche giorno fa ha annunciato il “no” ai boss come padrini in cresime e battesimi. Voi, molto legati a quella Chiesa rappresentata da don Diana, che cosa pensate?

R. – Pensiamo che la Chiesa ha un ruolo importantissimo, però è evidente che è stata molto prudente, in alcuni casi anche distratta; a volte ha semplicemente pensato ai sacramenti e non ha pensato che era necessario dire, chiedere e dare un orientamento su da che parte stare ai propri fedeli. Un intervento di un sacerdote, di un vescovo vale molto di più di tante attività delle nostre organizzazioni. Noi abbiamo bisogno di una Chiesa che si mette al fianco, ma aldilà di questo, noi vogliamo anche una Chiesa da seguire, cosa fondamentale per realizzare il nostro percorso in nome di don Diana.

D. – Il 21 marzo, simbolicamente, è sempre stata considerata la giornata della memoria, dell’impegno in ricordo delle vittime di mafia. Quest’anno l’aula della Camera ha dato il via libera definitivo all’istituzione di questa giornata …

R. - È importante, perché è stata una lunga battaglia, Libera si è fatta promotrice di questa campagna che ha prodotto questo importante risultato. Dedicare una giornata alla memoria di tutte quelle persone che in qualche maniera hanno provato a costruire delle terre nuove diventa fondamentale, perché senza memoria noi non andremo da nessuna parte. Un memoria senza impegno è sterile, non produce niente.

D. - Com’è oggi Casal di Principe? Come ci si vive?

R. – La camorra è anche devastazione culturale, annientamento di speranze, incapacità di costruire futuro, perché poi chi vive in quei territori in qualche maniera pensa che non si possa fare nulla, che nulla può più accadere, che nulla può invertire una rotta così difficile. Invece, rispetto agli anni in cui fu ucciso don Diana, ultimi anni ’80, inizi ’90, in cui l’azione era veramente devastante, oggi possiamo dire che il seme ha dato il frutto e che quindi don Peppe è stato per noi il seme che sta producendo un frutto. Noi continuiamo ogni giorno, senza esitazione, senza paura a innaffiare questo giardino che avrà bisogno di tanto tempo per diventare un territorio migliore, perché noi parliamo di Casale, ma il contesto più ampio dell’Agro Aversano paga molto dazio alla presenza di camorristi.