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Mons. Santoro: San Giuseppe, esempio di abbandono fiducioso

La Chiesa in festa per san Giuseppe, "il custode capace di ascoltare Dio" - ANSA

La Chiesa in festa per san Giuseppe, "il custode capace di ascoltare Dio" - ANSA

"Custode perché capace di ascoltare Dio". E’ la definizione che Papa Francesco, nell’omelia della messa di inizio Pontificato, il 19 marzo 2013, aveva dato di san Giuseppe, che oggi la Chiesa ricorda anche se la memoria liturgica è spostata a domani. Da quella straordinaria coincidenza non sono mancati, durante il Magistero del Pontefice, i costanti riferimenti allo sposo di Maria sia come “artigiano dell’amore discreto” che come esempio a cui guardare per non perdere la speranza dinanzi alle difficoltà del lavoro. Benedetta Capelli ha intervistato mons. Filippo Santoro, arcivescovo di Taranto e  presidente della commissione Cei per i problemi sociali, il lavoro, la giustizia e la pace: 

R. – San Giuseppe, una persona che ascolta quello che il Signore dice attraverso i fatti, nella perplessità che suscita in lui la condizione in cui si trova Maria; si fa provocare dalla realtà e cerca di leggerla alla luce della presenza del Signore. È come se avesse la chiave per leggere i fatti. È una persona fedele al piano di un Altro. Poi, rimango sempre colpito quando penso alla vita quotidiana di san Giuseppe che si trova dinanzi Maria e la ama sapendo che attraverso di lei c’è un piano di salvezza per tutti e quindi la ama di un amore puro. È questo il senso della verginità cristiana: aprirsi ad un amore più grande. Perciò diventa il custode di Maria, il custode di Gesù.

D. - Papa Francesco ha confessato di aver una particolare devozione per san Giuseppe che dorme, che sogna, ma che lavora incessantemente per far arrivare le richieste al Padre …

R. - È l’esempio innanzi tutto di una fiducia, cioè che quando i problemi sembrano difficili, complessi, mette tutta l’intelligenza, tutto il cuore per risolverli, poi, però si abbandona. Quel fatto che il Papa suggerisce – anche io ho un san Giuseppe dormiente – di affidarci consapevolmente con fede al piano di Dio. Allora mettere il bigliettino sotto il cuscino su cui è adagiato san Giuseppe è proprio un atto di abbandono. Questo rasserena molto, perché vedere il volto sereno di san Giuseppe che si abbandona, che sogna, e nel sogno il Mistero si rivela.

D. – San Giuseppe è proprio il Patrono dei lavoratori, anche quindi un richiamo alla dignità e all’importanza del lavoro che oggi manca. Il Papa fa spesso appelli perché sia tutelata la possibilità di portare il pane a casa. San Giuseppe oggi ancora cosa ci viene a dire sotto questo punto di vista?

R. – Ci viene a dire l’importanza del lavoro, come mezzo per la realizzazione della persona. Io ai giovani dico: anche quando non c’è, il primo lavoro è quello di cercarlo, di cercarlo con insistenza. E da San Giuseppe Gesù ha imparato la serietà di un impegno quotidiano e, ancora, la necessità che il lavoro sia degno, degno perché degna è la nostra persona: non può essere anteposto il profitto alla vita e alla dignità del lavoratore. E poi nella situazione che vivo a Taranto, legata all’Ilva, sono due gli atteggiamenti. Il primo è quello di mettere il bigliettino di questo problema sotto il cuscino di San Giuseppe dormiente e quindi di affidarmi perché è una situazione così complessa questo conflitto tra il lavoro e la difesa dell’ambiente, la difesa della vita, della salute, particolarmente dei bambini… Ora che ci sarà la vendita, si rispetti innanzitutto la salute e la vita e l’ambiente e la nostra natura e poi, anche, non si mettano sulla strada i lavoratori, che non si perda il lavoro proprio come mezzo per lo sviluppo della dignità della persona. Quindi l'affidiamo a San Giuseppe in questa situazione concretissima... Ci diamo da fare perché ciò accada e poi ci spalanchiamo pieni di fiducia anche all’intercessione di San Giuseppe.