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Telemedicina: nuova frontiera per la cooperazione in Africa

Ospedale di Nyarugusu in Tanzania - AFP

Ospedale di Nyarugusu in Tanzania - AFP

La telemedicina nuova frontiera di cooperazione italiana con i Paesi più poveri dell’Africa. Il progetto, nato sei anni fa, è sostenuto dalla Comunità di Sant’Egidio, in collaborazione con l’Ospedale San Giovanni di Roma, insieme ad altre realtà pubbliche e private. I primi centri di teleconsulto furono aperti in Tanzania ed oggi sono presenti in altri otto Stati africani. A coordinare l’iniziativa è Michelangelo Bartolo, responsabile del Servizio di Telemedicina del nosocomio romano. Ascoltiamolo al microfono di Roberta Gisotti:

R. – Il servizio di telemedicina è un aiuto molto concreto per poter essere vicini a questi centri di salute aperti in Africa. È stato creato da qualche anno un network di medici volontari, appartenenti a vari ospedali, università italiane e anche europee, che prestano la loro professionalità rispondendo a diversi quesiti clinici, che arrivano da questi centri locali. Abbiamo iniziato soltanto con un servizio di telecardiologia, e attualmente siamo arrivati a ben 17 specialità mediche: dai centri periferici, un medico o un infermiere locale può chiedere un aiuto ad un cardiologo, un ortopedico, un radiologo, un dermatologo, un pediatra, e così via. È un modo nuovo di fare cooperazione ad alto impatto, che non è soltanto dare notizie, suggerimenti diagnostici e terapeutici chiari, ma è anche una forma di e-learning e formazione a distanza continua.

D. – Dott. Bartolo, una cooperazione economica che in qualche modo torna, anche in termini scientifici…

R. – Assolutamente sì. Si vedono molte patologie che da noi si riscontrano di meno, ma c’è anche la possibilità di studiare diversi casi clinici che possono essere oggetto di grande interesse. Noi abbiamo risposto in pochi anni più o meno a oltre 5 mila teleconsulti; molti di questi vengono anche schedati con una classifica internazionale per diagnosi e sintomi. E questo permette anche a molti Istituti di ricerca di poter fare degli studi clinici molto importanti anche a distanza.

D. – Lei, per seguire il progetto, è stato più volte in Africa. Quale esperienza ne ha riportato, da medico ma anche da cittadino italiano, che ogni giorno si raffronta con la realtà dell’immigrazione?

R. – Siamo in un periodo in cui si alzano nuove barriere, si costruiscono muri, ci sono nuovi particolarismi che si vanno affermando. Credo che questi servizi di telemedicina possano essere dei ‘ponti’ con queste realtà che noi vediamo lontane ma che possiamo raggiungere attraverso la tecnologia. Ma soprattutto si aprono nuove forme di cooperazione per aiutare i Paesi da un punto di vista sanitario, ma anche culturale, per sviluppare il proprio territorio e costruire un futuro migliore per la popolazione che talvolta deve ripartire quasi da ‘zero’, visto che ci sono sistemi sanitario molto fragili.