Leggi l'articolo Vai alla navigazione

Social:

RSS:

Radio Vaticana

la voce del Papa e della Chiesa in dialogo con il mondo

lingua:

Mondo \ Europa

Leader Ue firmano una Dichiarazione comune per la nuova Europa

I capi di Stato e di governo dei Paesi Ue a Roma - AP

I capi di Stato e di governo dei Paesi Ue a Roma - AP

In una Roma blindata per il timore di attacchi dei black bloc, al Campidoglio i 27 capi di Stato e di governo dell’Unione Europea hanno ricordato il sessantesimo anniversario dei Trattati, firmati nella capitale il 25 marzo 1957, che gettarono le basi per il processo di integrazione europea. Ripartire con un nuovo slancio per affrontare la crisi in atto: è il pensiero che ha percorso tutti gli interventi della mattinata che hanno preceduto la firma di una nuova Dichiarazione comune. La cronaca nel servizio di Benedetta Capelli:

Un’Europa sicura, che generi occupazione, che favorisca una crescita sostenibile, più forte sulla scena mondiale. E’ il sogno e la prospettiva sottoscritta dai 27 capi di Stato e di governo dell’Unione Europea che stamani a Roma, nella sala degli Orazi e Curiazi al Campidoglio, hanno ricordato le speranze che proprio 60 anni fa animarono i padri fondatori dell’Europa. La firma del documento comune, avvenuta accanto alla teca che conteneva il documento del 1957 sottoscritto da Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo, è arrivata dopo gli interventi che hanno ripercorso questi anni e nei quali sono state messe in luce le criticità di oggi.

Il premier italiano Paolo Gentiloni ha parlato del “coraggio di voltare pagina”, di prendere la rincorsa e ridare spinta ad un progetto di Unione che dia fiducia e sicurezza ai cittadini. In proposito il presidente del Parlamento Ue Antonio Tajani ha evidenziato la crescente disaffezione degli europei ed ha invocato cambiamenti profondi per dare risposte a chi non trova lavoro o a chi si sente minacciato dal terrorismo:

“L’Europa è un grande ideale, è la nostra civiltà, è la nostra storia, sono le nostre differenze. Vale la pena crederci e vale la pena dedicare il nostro futuro alla realizzazione di questo grande sogno che dobbiamo regalare a tutti i nostri figli”.

“L'Unione sia, dopo Roma, più di prima, un'Unione degli stessi principi, un'Unione con una sovranità esterna, un'Unione di unità politica”: è stato l’auspicio del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk mentre il numero uno della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha parlato di “sfide inedite da affrontare” e dell’importanza dell’unità tra gli Stati membri. Alle 13.30 il pranzo al Quirinale alla presenza del presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha concluso la giornata per i leader europei. Ma quali le ricchezze e quali le criticità nella storia degli ultimi 60 anni dell’Ue? Andrea Santini, docente di diritto dell’Unione Europea all’università Cattolica di Milano:

R. – Senz’altro occorre partire dalla considerazione dei grandi risultati che il processo di integrazione europea ha conseguito in questi 60 anni. Non dobbiamo dimenticare che nell’arco di questi 60 anni l’Unione Europea ha saputo garantire pace duratura tra i suoi Stati membri, ha saputo garantire e contribuire significativamente ad un notevole progresso economico e quindi ha rappresentato senz’altro un fattore di sviluppo e di stabilità importante nell’area europea. Le difficoltà degli ultimi anni certamente vanno ricondotte a crisi di vario tipo: la crisi economico-finanziaria innanzitutto che, dal 2007 al 2008, ha fortemente inciso sui risultati economici e sul problema dell’occupazione piuttosto che la crisi migratoria più recente che senz’altro ha rappresentato un fattore che ha messo in evidenza anche le differenti posizioni degli Stati membri. Credo che uno dei nodi fondamentalmente venuto al pettine in questi ultimi anni sia il trade–off che inevitabilmente si è venuto a creare tra il continuo allargamento a nuovi Stati membri e l’approfondimento del processo di integrazione. Ad un certo punto questi due binari paralleli lungo i quali l’integrazione europea è proceduta in questi 60 anni, hanno rivelato appunto l’intrinseco trade-off.

D. - Questa cerimonia arriva in un momento di crisi dell’Unione Europea, con Londra avviata ormai sulla via della Brexit e poi con l’ultimo attentato terroristico proprio nella capitale britannica …

R. - Certo. Dunque per quanto riguarda l’attacco terroristico senz’altro mette in evidenza l’ulteriore difficoltà e crisi nell’Europa attuale e quindi la necessità senz’altro di approfondire anche il versante della sicurezza. Dall’altro lato, per quanto riguarda in particolare la posizione del Regno Unito, è un fattore che non può essere visto positivamente in quanto certamente andrà ad indebolire il peso complessivo dell’Unione. Dall’altro lato però fa venire meno un facile alibi anche per alcuni Stati membri che spesso si sono nascosti dietro le posizioni del Regno Unito. Si porrà la necessità di decidere una volta per tutte se l’integrazione deve procedere a 27 o quanti saranno, se poi la Scozia dovesse separare dal Regno Unito e rientrare nell’Unione, piuttosto ripensare l’Unione Europea secondo quello schema al quale negli ultimi tempi si è fatto frequentemente riferimento all’Europa a due velocità o a cerchi concentrici. Credo che questa sia un’ipotesi alla quale bisogna pensare con estrema attenzione perché può essere la via d’uscita da quel trade-off tra approfondimento e allargamento che evocavo prima.

D. - I capi di Stato e di governo europei hanno parlato di restituire fiducia ai cittadini. In che modo si può raggiungere questo obiettivo?

R. - Uno dei motivi che ha determinato in qualche modo la disaffezione dei cittadini è stato il non vedere dei risultati positivi. Nello stesso tempo certamente l’Europa ha bisogno di sviluppare la dimensione sociale dell’integrazione. Ad oggi le competenze e i poteri che l’Unione ha in questo campo sociale sono meno sviluppati, meno avanzati rispetto a quelli che ha nell’ambito economico. Quindi anche da questo punto di vista si pone la necessità di un approfondimento dell’integrazione, un approfondimento che, per esempio, proprio nel Regno Unito, ha sempre molto rallentato in campo sociale e anche da questo punto di vista allora forse l’uscita dal Regno Unito toglierà dal campo alcuni facili alibi, alcuni ostacoli che potrebbero poi consentire agli Stati più desiderosi di procedere sulla strada dell’integrazione in questo campo e di produrre dei risultati.