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Al via il Convegno nazionale delle Caritas sullo "sviluppo integrale"

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“Per uno sviluppo umano integrale”, è il tema del 39esimo Convegno nazionale delle Caritas diocesane che si apre oggi pomeriggio a Castellaneta, in provincia di Taranto. Al centro dell’incontro, che durerà quattro giorni, le riflessioni sia sull’operatività concreta sia sulla pastorale per orientare l’impegno futuro della Caritas italiana, alla luce degli insegnamenti del nuovo Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, recentemente istituito da Papa Francesco. Marco Guerra ne ha parlato con Paolo Beccegato, vicedirettore di Caritas italiana:

R. – Lettura in primo luogo della realtà nelle sue problematicità a livello locale, regionale, nazionale con uno sguardo europeo e internazionale. Partiremo dalla situazione in Puglia che in qualche modo è l’emblema di alcuni grandi snodi di quello che oggi è lo sviluppo in tutto il Paese; pensiamo a Taranto, dove far convivere i temi sociali, quali il lavoro, i temi ambientali, i temi della salute pubblica, certamente non è cosa facile e implica un grande sforzo di discernimento comunitario, non delegabile a pochi.  Restando ancora alla dinamica regionale, pensiamo al tema del caporalato, alle dinamiche legate alle migrazioni internazionali, nazionali e come pensare ad un sviluppo integrale anche di queste persone, i singoli individui, le famiglie, le comunità, le comunità multietniche. Un terzo elemento che approfondiremo è quello del carcere.  Anche nel nostro lavoro verso le povertà, il disagio, l’esclusione sociale, l’approccio parte sempre non solo dalla singola persona ma dalla sua famiglia e dal contesto in cui è inserita. Quindi questi snodi saranno il tema del nostro convegno nazionale.

D. - Il titolo del convegno nazionale è proprio “Per uno sviluppo umano integrale”.  Dietro c’è una visione della persona che non riguarda solo le povertà materiali, ma anche quelle spirituali, immagino …

R. - In Italia, certamente, c’è un raddoppio della povertà assoluta negli ultimi dieci anni; c’è certamente una difficoltà di diseguaglianze anche all’interno del Paese che sono dati oggettivi materiali, ma c’è anche una grandissima difficoltà psicologica delle persone e una difficoltà relazionale che coinvolge famiglie, comunità che poi in qualche modo va a toccare anche la sfera spirituale, che è poi l’anima, il sale che dà sapore a tutta la vita della persona e della comunità. Per cui o si tratta di uno sviluppo umano integrale di tutti gli uomini e di tutto l’uomo o alla fine, in fin dei conti, non è sviluppo, perché questo è l’uomo con la sua dimensione anche spirituale, che è essenziale alla sua vita.

D. -  Le Caritas sono dislocate su tutto il territorio nazionale. Sono un vero e proprio presidio del territorio italiano ..

R. - Certamente le nostre Caritas diocesane sono presenti in tutte le diocesi italiane, sono circa 220. C’è un enorme sforzo anche a livello parrocchiale con il tentativo di essere presenti poi in ogni parrocchia con, prima di tutto, un impegno, come dice il nostro statuto, “prevalentemente pedagogico”, cioè il tentativo di educarci ed educare alla carità e poi è anche un lavoro di stimolo delle istituzioni pubbliche, per cercare di perseguire insieme questo obiettivo dello sviluppo umano integrale, che poi alla fine e a servizio della persona e delle famiglie.

D. - In questi anni Caritas purtroppo ha accompagnato e ha assistito ad un cambiamento peggiorativo del tessuto sociale italiano. Anche la classe media ormai chiede il sostegno delle vostre strutture …

R. - Sì, in questi ultimi anni sono evidenti alcuni cambiamenti radicali, oserei dire epocali. C’è appunto il grande tema della crisi economica, i flussi migratori sempre più consistenti e certamente un tasso demografico in diminuzione. Quindi c’è un ripensamento complessivo del nostro lavoro. Alcune fasce di popolazione che non incontravamo sono venute ai nostri centri di ascolto, nei nostri servizi, penso allo sportello psicologico per evitare il suicidio degli imprenditori soprattutto nel Nord Est. C’è il problema dei giovani che non studiano e che non lavorano, un problema giovanile enorme che abbiamo in Italia e, purtroppo, ne deteniamo il primato a livello europeo.  Infine, c’è il problema dei cosiddetti “working poor”, cioè coloro che pur avendo un lavoro non hanno un salario sufficiente per arrivare alla fine del mese.