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Agrigento, accolta nella tomba di famiglia una giovane eritrea

Hanno accolto nella loro tomba di famiglia il corpo di una giovane eritrea morta nel naufragio del 2013 a Lampedusa - ANSA

Hanno accolto nella loro tomba di famiglia il corpo di una giovane eritrea morta nel naufragio del 2013 a Lampedusa - ANSA

Accogliere nella propria tomba di famiglia una delle 368 vittime del naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa: è il gesto che hanno fatto i coniugi Giuseppe e Amalia Gelardi, di Agrigento, insigniti di recente del prestigioso “Premio per la pace” a Dresda, in Germania. Ce ne parla Benedetta Capelli:

Con il suo carico di speranza, Wegatha, giovane eritrea di 17 anni, si era imbarcata con il fratello su una delle tante carrette del mare. Aveva come destinazione la Norvegia, terra dove parte della sua famiglia aveva trovato fortuna, ma lì non è riuscita ad arrivare. Il 3 ottobre 2013 la sua vita come quella di altri 367 uomini, donne e bambini si è spezzata a poche miglia da Lampedusa, tra le onde del Mediterraneo, “il cimitero dei migranti” come l’ha definito Papa Francesco. Eppure in Sicilia Wegatha ha trovato le braccia accoglienti di una coppia di Agrigento, Amalia e Giuseppe Gelardi, che per aver offerto come luogo di riposo la loro tomba di famiglia sono stati insigniti a Dresda del “Premio per la pace”. Amalia Gelardi:

R. - Non ci saremmo mai aspettati una risonanza del genere per il piccolo gesto che abbiamo compiuto perché per noi è stato solo un piccolo gesto, un segno di pietà. Devo dire che la visita di Papa Francesco nel 2013 per noi è stata illuminante. Noi ci trovavamo a Lampedusa e le parole di Papa Francesco, la famosa omelia, l’appello: “Ma Caino, dov’è tuo fratello?”, queste parole ci hanno aperto il cuore e la mente. Perché è come se in quel momento avessimo aperto gli occhi, come se fino a quel momento avessimo assistito a tutti questi naufragi, queste situazioni di dolore, così, da persone estranee, senza provare nessun sentimento. Mentre in quella circostanza, quelle parole ci hanno colpito: è come se avessimo battuto contro un muro e si fossero aperti altri orizzonti. Per noi è stato proprio così. Quando poi ci siamo trovati dinnanzi quello sterminato campo di bare contenenti corpi di donne  e bambini e ragazzi abbiamo avuto un senso di impotenza: non sapevamo cosa fare in quel momento ma quelle parole ci sono tornate alla mente e non potendo fare altro ci siamo semplicemente offerti di ospitare uno di loro nella nostra sepoltura di famiglia.

D. - Oggi che significato ha rendere omaggio a questa giovane ragazza?

R. - Questa giovane ragazza è diventata un membro della nostra famiglia perché noi andiamo a trovare i nostri cari al cimitero e fra i nostri cari c’è anche lei, Wegatha. Ma la cosa più bella è che qualche mese dopo siamo venuti in contatto con i fratelli di questa ragazza che vivono adesso in Norvegia e con loro intratteniamo rapporti telefonici, ci scambiamo le nostre sensazioni, gli eventi di famiglia, le nostre cose più importanti e questa è una cosa meravigliosa. Loro sono venuti ad Agrigento a visitare la tomba dove riposa Wegatha e sono stati anche a casa nostra. Per noi è stata un’emozione unica, veramente un’emozione: mi emoziono ancora a raccontarlo! Penso che per loro sia una consolazione sapere di averla affidata a me.