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Giordania. Domani vertice su Siria e questione israelo-palestinese

Diga di Tabqa - AP

Diga di Tabqa - AP

Saranno la guerra in Siria e il conflitto israelo-palestinese gli argomenti principali al summit della Lega Araba in programma domani in Giordania. Attesa la partecipazione dei leader di 16 Paesi della regione e rappresentanti di Usa, Russia e Nazioni Unite. In Siria intanto è stata dichiarata sicura la diga di Tabqa, che nei giorni scorsi era stata definita a rischio crollo per i bombardamenti della coalizione internazionale. Massimiliano Menichetti ha intervistato Claudio Lo Jacono presidente dell'Istituto per l'Oriente:

R. - Naturalmente ogni tentativo di dialogo è positivo e la presenza anche dell’Arabia Saudita dà una certa autorevolezza. Sembra quasi che la monarchia Saudita voglia farsi interprete anche nei confronti degli Stati Uniti, delle eventuali decisioni positive sul cessate il fuoco. Solo che il solito problema è che in Siria c’è una guerra in atto con molti attori e si sta combattendo per la famosa presa di Raqqa. Si parla dell’arrivo di contingenti statunitensi ulteriori, anche con artiglierie, in vista di questo scontro che tra l’altro mette in ballo la sicurezza di una diga sull’Eufrate, quella di Tabqa, che da una parte si dice sia stata danneggiata ma gli americani dicono che non corre rischio di rottura. Dunque, ben vengano questi colloqui ma io sono abbastanza pessimista sul atto che si possa arrivare a un cessate il fuoco effettivo.

D. - Un altro focus al vertice quello sul conflitto israelo-palestinese?

R . -Anche qui le cose sono abbastanza malmesse. Con Oabam sembrava che si fosse imboccato il viale del “due popoli-due Stati” che probabilmente è l’unica via possibile  in quella regione però la nuova presidenza Trump ha iniziato con una dichiarazione di totale sostegno di Israele. Sembrava addirittura che si fosse a un passo dal trasferire la rappresentanza diplomatica statunitense da Tel Aviv dove è a Gerusalemme. Poi, in realtà, c’è stato un passo indietro, c’è stata una telefonata con Abu Mazen di Trump: “La pace è possibile, si può arrivare a una pace…”. In realtà, la pace è minata fondamentalmente dalla politica dei coloni israeliani nei territori cisgiordani, cioè quelli palestinesi occupati dopo il l’67.

D. – Su tutto questo rimane l’ottimismo di fondo però di Abu Mazen?

R.  – L’ottimismo di Abu Mazen… Mi sembra anche abbastanza intelligente cercare anche un accordo con Trump che comunque sia è un importante protagonista mondiale e comunque un’importante alleato di Israele e non ha scelto la via dell’urto con il nuovo presidente, che tuttavia, mi sembra, dal punto di vista della politica estera e della politica nell’area vicino orientale abbia veramente poca esperienza.

D. – Ieri da Bruxelles proprio il presidente dell’autorità nazionale palestinese Abu Mazen ha lanciato un appello per riaprire i negoziati, ad Israele ha detto: “Non getti via le opportunità per riaprire il dialogo di pace”…

R. - Mi sembra che sia una dichiarazione per accreditarsi come persona concreta. Pragmatica, collaborativa, ma le difficoltà stanno lì tutte sul terreno. Il coltello dalla parte del manico non ce l’ha Abu Mazen in questo momento.