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Papa Francesco \ Udienza Generale e Angelus

Appello del Papa per l'Iraq: pace e unità tra gruppi etnici e religiosi

Il Papa in Piazza San Pietro - AP

Il Papa in Piazza San Pietro - AP

Una preghiera per l’Iraq e il richiamo alla protezione dei civili di quel Paese sono il contenuto dell’appello che il Papa ha rivolto alla fine dell’udienza generale. Francesco ha soprattutto sottolineato la ricchezza che la diversità delle religioni e delle etnie hanno sempre rappresentato per quella nazione. Francesca Sabatinelli:

Il mosaico di religioni e di etnie che compone l’Iraq è la vera ricchezza di quel Paese perché rappresenta l’unità nella diversità, la forza nell’unione, la prosperità nell’armonia. Papa Francesco guarda alla nazione irachena devastata dalla violenza e chiede che si faccia il possibile per proteggere le popolazioni. Queste le sue parole:  

“Invito a pregare affinché l’Iraq trovi nella riconciliazione e nell’armonia tra le sue diverse componenti etniche e religiose, la pace, l’unità e la prosperità. Il mio pensiero va alle popolazioni civili intrappolate nei quartieri occidentali di Mosul e agli sfollati per causa della guerra, ai quali mi sento unito nella sofferenza, attraverso la preghiera e la vicinanza spirituale. Nell’esprimere profondo dolore per le vittime del sanguinoso conflitto, rinnovo a tutti l’appello ad impegnarsi con tutte le forze nella protezione dei civili, quale obbligo imperativo ed urgente”.

L’appello del Papa ha fatto seguito all’incontro da lui avuto con il Comitato permanente per il dialogo che riunisce delegati del Pontificio Consiglio per il Dialogo interreligioso e le Sovraintendenze Irachene per sciiti, sunniti, cristiani, yazidi e sabei/mandei. A loro Francesco si era rivolto sottolineando la diversità e l’uguaglianza dei figli del “padre comune sulla terra: Abramo”. “Tutti diversi e tutti uguali – sono state le parole del Papa – come le dita di una mano: cinque sono le dita, tutte dita, ma tutte diverse”. Il dialogo, è dunque stato il richiamo, è una ricchezza di fratellanza ed è quindi la strada verso la pace. Massimo Campanini, docente di Islamistica e Storia dei Paesi islamici all’Università di Trento:

R. - Nella prospettiva storica l’Iraq è stato un calderone, diciamo così, di identità etnico-religiose perché l’Iraq si colloca strategicamente e geograficamente all’incrocio del mondo turco, del mondo arabo e del mondo persiano. Ci sono queste diverse rappresentanze e ci sono molteplici aderenze a confessioni diverse. Tuttavia, se si risale all’indietro dei tempi, addirittura al X secolo, uno dei maggiori filosofi dell’islam, cioè Al-Farabi, che era turco di origine e che ha passato gran parte della sua vita a Baghdad, ha avuto a Baghdad come maestri e come discepoli dei cristiani giacobiti e nestoriani, proprio a dimostrazione del fatto di come le confessioni a quell’epoca convivessero pacificamente. I conflitti che ci sono oggi in Iraq sono rivestiti di panni religiosi, ma non è conflitto settario che abbia origini religiose, è conflitto essenzialmente politico che si riveste di panni religiosi perché la religione offre la possibilità di una strumentalizzazione ideologica e quindi di giustificare ideologicamente un’opposizione tra cristiani e musulmani, tra curdi e arabi sciiti e quindi dà degli elementi di strumentalizzazione che trasformano in settario un conflitto che è assolutamente politico.

D.  - E’ corretto pensare che, lei parlava dell’aspetto politico, ma oltre a questo una delle radici del conflitto possa essere l’uso tribale delle religioni?

R. - Alcune delle zone del mondo arabo mantengono ancora una insorgenza tribale. L’Iraq è una di queste, insieme alla Libia e insieme allo Yemen. Mentre invece, per esempio, in Paesi come l’Egitto e la Tunisia ma anche la Siria stessa, in un certo senso, l’elemento tribale è secondario. Quindi è chiaro che, in questo senso, relativamente all’Iraq, è possibile dire che al di sotto del conflitto politico ci siano anche delle aderenze e quindi dei riconoscimenti di quella che il grande storico e filosofo della storia Ibn Khaldun chiamava lo spirito di corpo, la “asabiyyah”, cioè quel vincolo di sangue e di alleanza e di clientela che forma la base della struttura tribale. Questo elemento certamente c’è ed è stato operativo. Quindi, sì, certamente questo tipo di variabile esiste.