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Papa a Carpi e Mirandola: mons. Cavina, segno di speranza per terremotati

Mons. Francesco Cavina, vescovo di Carpi presso il monumento vittime del terremoto - RV

Mons. Francesco Cavina, vescovo di Carpi presso il monumento vittime del terremoto - RV

Ferve l’attesa nella diocesi di Carpi per la visita del Papa, domenica prossima. Tra gli appuntamenti di questo viaggio pastorale, la Messa la mattina a Carpi e il pomeriggio, a Mirandola, l'incontro con le popolazioni colpite dal terremoto del 2012. Tra la gente si respira un clima di gioia, come ci conferma il vescovo di Carpi, mons. Francesco Cavina, nell’intervista di Debora Donnini:

R. – Il desiderio di poterlo incontrare, di potere ascoltare la sua parola è enorme presso la popolazione, non solo per la comunità ecclesiale ma anche per la comunità che si può sentire lontana dall’appartenenza alla Chiesa. I preparativi fervono, il volontariato è stato straordinario.

D. – Uno degli aspetti che ha sottolineato il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin nell’inaugurare, sabato scorso, la cattedrale di Carpi è stato proprio il fatto che il terremoto non ha l’ultima parola. Quindi, in un certo senso la vostra diocesi, la vostra zona dell’Emilia, testimonia che si può rinascere dopo un terremoto. E' quindi anche una testimonianza di incoraggiamento per il Centro Italia, in questo momento?

R. – Io credo che uno degli aspetti della visita del Papa voglia proprio essere questo: anche un apprezzamento per il cammino che in questi cinque anni è stato compiuto sul nostro territorio, ma proprio un segno di speranza offerto alle popolazioni dell’Italia centrale. C’è quasi un gridare a questi fratelli che soffrono quello che noi abbiamo sofferto: “Sappiate, la ricostruzione è possibile”, “è possibile veramente fare sì che dalle macerie possa rinascere la vita”. La distruzione è stata forte anche da noi nel terremoto del 2012: abbiamo perso veramente tutto, 42 mila posti di lavoro, le nostre case, le aziende ma, in cinque anni, sono stati ricuperati tutti i posti di lavoro, le case, le scuole. Ciò che rimane da ricuperare sono proprio alcuni luoghi identitari della nostra storia e della nostra vita, cioè alcuni centri storici e chiese.

D. – Un esempio per tutti è Mirandola, dove il Papa si recherà domenica pomeriggio, perché in questo comune il Duomo è ancora distrutto e non ci sono proprio chiese. Quindi la gente sente il bisogno della ricostruzione delle chiese …

R. – Questo è il motivo per cui ho chiesto espressamente al Papa di poter essere presente anche a Mirandola: fare vedere al Papa non solo quello che è stato fatto, ma anche tutto ciò che è ancora da terminare. Mirandola è un esempio drammatico di ciò che rimane ancora da fare perché il centro storico, dove si trova il Duomo, è ancora in condizioni pressoché uguali al giorno dopo il terremoto.

D. – A precedere la visita di Papa Francesco, sabato sera, una veglia di preghiera per i giovani. Perché avete deciso di radunare i giovani la sera prima dell’arrivo del Papa?

R. – Abbiamo voluto richiamare i giovani su questo aspetto fondamentale: la visita del Papa è una festa del Pastore che viene a visitare il suo gregge per guidarci a un incontro sempre più vero con il Signore Gesù.

D. – Tra i momenti centrali della visita di domenica di Papa Francesco, la mattina, la Messa in Piazza Martiri, poi la benedizione delle prime tre pietre di altrettanti edifici. Nel pomeriggio, poi, a Mirandola, il momento in cui il Papa sosterà davanti al monumento che ricorda le vittime del terremoto …

R. – Ci sarà la posa della prima pietra di un centro di spiritualità – perché la diocesi è priva di un luogo di questo genere – e questa prima pietra viene dalla cattedrale dell’Immacolata Concezione di Karakos, nella Piana di Ninive, in Iraq. Si vuole così ricordare la fede di questi nostri fratelli che hanno dovuto abbandonare tutto per rimanere fedeli a Cristo. Per quel che riguarda il monumento, è stato voluto espressamente dalla diocesi; è dedicato a tutte le vittime del terremoto e tra le vittime ci sono stati anche alcuni musulmani. Queste persone sono quasi tutte morte mentre stavano lavorando, quindi erano ritornate nelle aziende per mettere in sicurezza i macchinari e dare così la possibilità di continuare il lavoro. Sono quindi persone che ci ricordano la dignità della vita e la dignità del lavoro.