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Attacco chimico in Siria: è scontro all'Onu tra Usa e Russia

Prelievo di campioni tossici a Khan Sheikhun  - AFP

Prelievo di campioni tossici a Khan Sheikhun - AFP

Non cala l’attenzione internazionale sull’attacco chimico di martedì in Siria. All’Onu è scontro tra Usa e Russia, su una risoluzione di condanna contro il regime di Damasco, mentre vengono rivelati nuovi particolari sulla strage nella provincia di Idlib, che ha causato almeno 86 vittime, tra cui 30 bambini. Il servizio di Giada Aquilino:

Per la Turchia, l'uso di armi chimiche nel raid di martedì sul villaggio di Khan Sheikhun è indubbio. Lo proverebbero i risultati delle autopsie su tre vittime dell'attacco, effettuate – secondo Ankara – alla presenza di esperti dell'Organizzazione mondiale della sanità. Damasco continua a negare ogni addebito di responsabilità, di fronte alle accuse dell’opposizione al regime di Bashar al Assad.

La riunione all'Onu di New York
Al Consiglio di Sicurezza dell’Onu, intanto, si consuma lo scontro tra Russia e Stati Uniti. Mosca ha bloccato una risoluzione di condanna presentata da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti, facendo circolare un documento alternativo finalizzato – riferiscono fonti russe – a far partire una inchiesta “piuttosto che a indicare i colpevoli prima che siano stati stabiliti i fatti”: Washington, ha detto il portavoce del Cremlino Dmitri Peskov, non ha informazioni “obiettive” sull’accaduto. Gli Usa però si sono già detti pronti ad intervenire in Siria da soli se al Palazzo di Vetro non si trovasse una soluzione definitiva al conflitto, iniziato a marzo 2011.

Marchetti: evento difficilmente spiegabile
Per un’analisi, ascoltiamo Raffaele Marchetti, docente di Relazioni internazionali all’Università Luiss – Guido Carli di Roma:

R. - La situazione è difficile perché questo è un evento difficilmente spiegabile. Ci sono state un paio di occasioni di uso di armi chimiche durante il conflitto siriano, ma negli ultimi tempi non si erano più verificate. Da un lato, ovviamente, sarebbe auspicabile un’investigazione che riuscisse effettivamente ad accertare i colpevoli, anche se in una situazione di conflitto come quella siriana ciò è molto difficile; dall’altro c’è una partita più generale, cioè quella su come stabilizzare la Siria. Si era raggiunto un accordo, anche se di massima, ad Astana e quello che è successo rimette tutto in discussione. Anche gli Stati Uniti, che ultimamente con Trump si erano dichiarati disponibili a pensare ad una soluzione che includesse almeno in una fase transitoria Assad, dopo quest’ultimo evento hanno rilasciato dichiarazioni su un’uscita di scena di Assad. Quindi ci ritroviamo nella situazione che, in qualche modo, ha caratterizzato il conflitto siriano durante tutti questi anni: cioè la Russia vuole mantenere un ruolo importante per Assad e gli Stati Uniti vogliono liberarsene.

D. - Perché non si è trovato l’accordo sulla prima bozza di risoluzione, quella presentata da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti?

R. - Perché era una bozza che ‘criminalizzava’ il regime di Assad e questo non è qualcosa che la Russia può accettare, perché porterebbe poi ad una maggiore difficoltà a tenere dentro Assad nel processo di transizione.

D. - C’è quindi il rischio che si continui ad assistere ad uno scontro di forze in gioco sia sul terreno, sia al Palazzo di Vetro?

R. - Penso che lo scontro andrà avanti. La partita, appunto, si gioca molto tra gli Stati Uniti e la Russia. Visti gli ultimi fatti siriani, che hanno rimescolato le carte, direi che è ancora presto per capire quale sarà il punto di compromesso che verrà trovato tra gli Washington e Mosca.

D. - Da diverse parti si dice che la popolazione siriana ormai non creda più nell’Onu. In cosa le Nazioni Unite hanno fallito e in cosa possono essere risolutive?

R. - Hanno fallito nel portare attorno al tavolo tutti gli attori, per contribuire a disegnare un passaggio di transizione e poi un futuro per il Paese. Quello che oggi le Nazioni Unite possono fare è esattamente questo: creare le condizioni perché si raggiunga un accordo e poi naturalmente contribuire a mantenere, almeno nelle parti più pacificate, una situazione di stabilità.