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Egitto, gesuita: "Cristiani e musulmani contro il terrore"

Immagini del Cristo in un negozio di un sobborgo a nord del Cairo - AFP - AFP

Immagini del Cristo in un negozio di un sobborgo a nord del Cairo - AFP - AFP

"I copti si chiedono cosa succederà in questi giorni, ci sono i riti della Settimana Santa. Sto confessando tanti ragazzi delle scuole e tutti dicono: ‘abbiamo paura, ma andiamo avanti’. La nostra residenza è vicina a una chiesa, c’è molta sicurezza, per entrare ci controllano tutto. E’ normale, dopo ciò che è successo. Eppure la gente è pronta a non cedere. Registro una reazione molto determinata e positiva dopo gli attentati, sia da parte del governo che da parte del popolo". P. Oliver Borg, gesuita di origini maltesi, insegna Teologia Spirituale all'Istituto Superiore di Studi Religiosi al Cairo ed è padre spirituale al Seminario Copto Cattolico. E’ tornato al Cairo dopo ventuno anni di missione nel Paese e dopo un'assenza dall'Egitto durata altrettanti anni. "All’inizio nemmeno volevo venire", racconta. "Mi hanno mandato qui e me ne sono innamorato dopo una settimana. E’ un popolo molto buono, accogliente, umile, semplice. E ciò che mi fa male è come viene considerato in Europa, fanatico. E’ il contrario invece". Attualmente padre Oliver guida il Centro ignaziano di Formazione Spirituale e Pastorale, che fondò anni fa proprio nella capitale, impegnato in particolare nell'accompagnamento alle famiglie. 


 

Cristiani e musulmani uniti contro il terrore

"C’è molta solidarietà tra cristiani e musulmani nel popolo", spiega padre Borg e racconta che "quando c’è stata l’esplosione, immediatamente sono scesi anche i musulmani per andare a donare il sangue per le vittime e hanno scandito: ‘questo non è l’Egitto e noi non vogliamo questo. Questo non è l’islam’. Il problema è il discorso religioso - lamenta - che si fa nelle moschee. Il presidente ieri ha nominato un nuovo comitato superiore per combattere il terrorismo conferendogli anche il compito di lavorare sul discorso religioso perché purtroppo ci sono molte promesse da parte di Al Azhar ma nella realtà le riforme in questo senso vanno a rilento". Perché? "Perché ci vuole tempo per cambiare davvero". 

"I terroristi con questi atti vogliono creare odio nel popolo, ma credo che non ci riusciranno", dichiara ancora il gesuita. "Certo creano tanto caos e molta pena". Come avete reagito alla conferma del viaggio del Papa per fine mese? "La gente è contentissima. Sente e apprezza il suo coraggio a venire malgrado le difficoltà. E’ molto importante che venga perché è come ripercorrere ciò che fece San Francesco in un momento di divisione, per dire: ‘noi possiamo vivere insieme’".

"Più che una primavera, stiamo vivendo piuttosto un autunno, se non un inverno…"

Cosa renderebbe la società egiziana, così come altre società mediorientali, più robusta e meno vulnerabile agli attacchi di questo genere? "Qui c’è una povertà molto forte, in concomitanza anche con il turismo che da cinque anni è stato completamente distrutto. Questo rende i giovani molto vulnerabili, poi c’è la questione di come l’occidente guarda all’islam: 'arabo' significa 'terrorista', e questo li offende molto. All’interno del Paese ci vorrebbe più libertà e ciò che è ridicolo è che commettendo questi attentati la libertà si restringe ancora di più. Ora il governo ha dichiarato lo stato di emergenza almeno per tre mesi. Quindi ci sarà ancora meno democrazia". 

 


(Antonella Palermo)