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Naufragio al largo della Libia: quasi cento i migranti dispersi

Libia: alcuni dei migranti tratti in salvo - AFP

Libia: alcuni dei migranti tratti in salvo - AFP

Nuova strage di migranti al largo della Libia: secondo la Guardia costiera di Tripoli ci sarebbero quasi 100 dispersi nel naufragio di un gommone avvenuto al largo del Paese nordafricano. Il servizio di Giancarlo La Vella:

97 i migranti, tra cui donne e bambini, freddamente etichettati come dispersi, una definizione che prova a celare la nuova tragedia avvenuta in Mediterraneo. Poco più di 20 le persone che si sono salvate nel naufragio di ieri al largo delle coste libiche, nel mare antistante Tripoli. La notizia è stata diramata da un portavoce della Guardia costiera della Libia. A bordo del gommone viaggiavano 120 migranti africani, tra cui 15 donne e cinque bambini. La Guardia costiera libica è riuscita a salvare solo 23 di loro. Molte le testimonianze dei sopravvissuti che hanno confermato la tragica sorte dei 97. Le persone salvate sono state trasferite nella base della Marina a Tripoli dove hanno ricevuto assistenza medica.

Questo nuovo drammatico episodio solleva molti interrogativi per una questione, l’immigrazione, per la quale l’Europa non sembra avere ancora trovato soluzioni. Giancarlo la Vella ne ha parlato con padre Camillo Ripamonti, presidente del Centro Astalli:

R. – Ormai credo che l’unica cosa sia quella di continuare a ribadire l’importanza di creare degli accessi legali per queste persone. Ormai la morte non fa più effetto a nessuno: ricordiamo che, dall’inizio di quest’anno, sono morte circa 826 persone nella traversata in Mediterraneo. Questo non solo non fa più notizia, ma non smuove né le politiche né l’opinione pubblica. Allora, però, bisogna non stancarsi di ribadire che ogni vita umana persa è una tragedia e quindi bisogna attivare canali umanitari, delle politiche, che, non solo salvino le persone, ma garantiscano dei percorsi sicuri per arrivare in Europa.

D. – Forse l’unica cosa che sta veramente funzionando sono proprio i corridoi umanitari…

R. – Sì, l’unica cosa che ha funzionato è quella, perché, in questo momento, è l’unica via razionale per far arrivare in sicurezza in Europa le persone che stanno aspettando in campi profughi. L’affidarsi a trafficanti metterebbe ulteriormente a rischio la loro vita. Invece i canali umanitari hanno dimostrato come si possa arrivare in Europa attraverso degli accordi e l’impegno della società civile, tutelando quelle persone che sono più fragili.

D. – Come stanno funzionando invece i controlli in mare, non tanto in chiave preventiva, ma di accoglienza?

R. – Certamente negli ultimi tempi hanno subito, soprattutto le ong, attacchi come se fossero loro le responsabili degli arrivi di queste persone. E questo credo che sia molto grave: il salvataggio in mare è un dovere e va attuato in qualsiasi modo, sia attraverso le operazioni in mare, garantite dalle varie marine militari, ma anche dalla marina mercantile e da quelle organizzazioni che permettono il salvataggio delle persone. La priorità è salvare. Quindi, bisogna ribadire che questa è una necessità e un dovere, e non va né abbandonata come procedura né tantomeno attaccata come se fosse questa la responsabile degli arrivi in Europa.

D. – Purtroppo, il tema immigrazione viene messo in evidenza solo quando succedono tragedie del genere. Come fare per non abbassare la guardia e per far sì che ci sia un impegno costante su questo tema?

R. – Io direi che la cosa importante è che ogni cittadino si senta responsabile del proprio fratello. Oggi tra l’altro è Venerdì Santo, la morte di una persona innocente non ci può lasciare indifferenti. Quindi l’assunzione di responsabilità da parte della società civile è un passaggio determinante: ogni cristiano deve sentire la responsabilità del suo fratello e del sangue di suo fratello. Questo ci deve risvegliare quando in qualche modo ci assopiamo di fronte a delle tragedie.