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Superbomba Usa in Afghanistan, sale tensione con Nord Corea

Alle spalle dei bambini, la zona dove è stata sganciata la Moab - EPA

Alle spalle dei bambini, la zona dove è stata sganciata la Moab - EPA

Gli Stati Uniti hanno sganciato ieri una ‘superbomba’ sull'Afghanistan per colpire percorsi sotterranei usati dai miliziani dell'Is. Un'arma potentissima, capace di sprigionare fino a 11 tonnellate di esplosivo e di distruggere tutto nel raggio di centinaia di metri, costruita dagli Usa ai tempi della guerra in Iraq nel 2003, ma finora mai utilizzata in combattimento. Intanto, continua a crescere pericolosamente la tensione tra Stati Uniti e Corea del Nord. Il servizio di Giada Aquilino:

Obiettivo ufficiale: una rete di tunnel utilizzati dai miliziani del sedicente Stato Islamico nel distretto di Achin, nell'Afghanistan orientale. Un MC130 dell’aviazione statunitense sgancia, alle 17.32 ora di Kabul, un potentissimo ordigno non nucleare, la Moab, in gergo la ‘madre di tutte le bombe’. Il ministero della Difesa afghano rende noto che il bilancio è di 36 combattenti uccisi: nessuna vittima tra i civili. Il presidente Usa Donald Trump parla di “grande successo” e ai giornalisti che lo incalzano chiedendo se la ‘superbomba’ sia un avvertimento anche alla Corea del Nord - che prosegue il proprio programma nucleare - il capo della Casa Bianca risponde che “non fa differenza”, Pyongyang “è un problema” di cui Washington si occuperà. L’emittente Nbc rivela poi che gli Usa, intervenuti nei giorni scorsi anche con pesanti bombardamenti in Siria, sarebbero mobilitati per un raid con armi convenzionali contro il regime di Kim Jong-un, che si dice comunque pronto “alla guerra”. In questo quadro di tensioni geopolitiche si inserisce l’attacco nell’Est dell’Afghanistan, Paese che tenta di superare le ferite di un sanguinoso e decennale conflitto, come conferma da Kabul Luca Lo Presti, presidente di Fondazione Pangea Onlus:

R. – In un Afghanistan che vedeva le madri che mettevano a letto i propri figli è stata sganciata quella che viene chiamata la ‘madre di tutte le bombe’. Per cui c’è l’orribile percezione che la velocità della guerra voglia frenare la velocità della vita.

D. – Cosa significa per un Paese già provato come l’Afghanistan subire un attacco del genere?

R. – Ciò che è avvenuto si pone in un contesto geopolitico molto particolare. Oggi si tiene una conferenza sull’Afghanistan in Russia, alla quale è stata invitata anche la rappresentanza dell’Afghanistan ed era stato invitato anche il rappresentante di Washington, che però ha declinato l’invito. Questo significa che c’è un braccio di ferro tra americani e russi in questo quadrante del pianeta, perché il controllo dell’Afghanistan diventa terribilmente strategico: si tratta della spartizione di un Paese che rimane la chiave di volta di un grande gioco.

D. – La bomba in Afghanistan può essere anche un messaggio ad altri avversari degli Stati Uniti, viste le tensioni con la Corea del Nord, l’attacco in Siria…

R. – Assolutamente: è una dimostrazione di forza e della volontà di imporsi anche sul profilo militare sugli altri Stati. È un avvertimento alla Cina che si sta facendo ‘sul serio’, e a Putin, che in questa partita non è il solo a voler usare i muscoli. La cosa che oggi principalmente mi preoccupa sul fronte umano e non geopolitico è che in tutto questo molte persone muoiono. Perché è inutile che si racconti che il bombardamento di ieri, con la bomba più grande del mondo, è stato un bombardamento ‘chirurgico’! Di fatto oggi noi volevamo andare nella zona dov’è caduta la bomba, perché i parenti di un collaboratore afghano di Kabul vivono lì e volevamo sapere come stessero. Ma tutta la zona è preclusa a chiunque voglia avvicinarsi. Per cui tutta l’informazione sarà di carattere militare e mai sapremo veramente quante persone sono morte.

D. – Che zona è quella dell’Afghanistan orientale?

R. – È una zona confinante con il Pakistan, un po’ un’area di nessuno, dove si presume vi siano gli insediamenti dei terroristi dell’Is.

D. – Adesso si parla di sedicente Stato Islamico, prima dei Talebani: chi sono questi gruppi che lì si annidano?

R. – Oggi si parla di Talebani o di Is, ma di fatto sono nuclei di terroristi comodi a far sì che azioni di guerra importanti e azioni di controllo del territorio possano essere fatte con il consenso dell’umanità. L’Afghanistan vede ogni anno 100 mila persone che muoiono e sono quasi tutti civili. La comunità internazionale ha speso 600 miliardi di dollari per portare la pace in questo Paese e ieri sera è stata sganciata una bomba da un miliardo e mezzo. Cioè, si parla di soldi, si parla di interessi.

D. – Pangea da anni è al fianco delle donne afghane e non solo. Com’è cambiato il Paese in questi ultimi tempi?

R. – Ogni volta che si torna in Afghanistan e si trova un Paese differente, un Paese evoluto. Per cui anche il nostro lavoro sta dando i suoi frutti perché, vivendo accanto alle donne, riusciamo a creare un’aspettativa e una speranza di vita molto proficua. Qui a Kabul proprio domani, come Pangea, inaugureremo un nuovo progetto che coinvolgerà 400 bambini sordomuti che fino ad oggi sono stati assistiti solo nella loro quotidianità; noi, con l’applicazione del microcredito per le loro famiglie e con dei corsi di formazione professionale, riusciremo a dar loro una professione, un lavoro e un’attività in proprio, così che possano crearsi una famiglia e un futuro.