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Colombia. P. Echeverri: con Pasqua riconciliazione è realtà

Celebrazioni pasquali in Colombia - AP

Celebrazioni pasquali in Colombia - AP

La Pasqua in Colombia assume quest’anno un significato particolare: a settembre il Paese accoglierà la visita di Papa Francesco, in un momento davvero cruciale. Si aspetta la fine di oltre quattro anni di negoziati di pace, tra il governo di Bogotà e la guerriglia delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc), dopo un sanguinoso conflitto che si protrae dal 1964. L’accordo di riconciliazione è stato dapprima bocciato da un referendum nell’ottobre scorso, successivamente l'intesa è stata rivista, in particolare sulle restrizioni della libertà per i condannati e sui risarcimenti per i familiari delle vittime: ora il testo, già approvato dal Parlamento, attende i decreti di attuazione e implementazione. In questo quadro, le celebrazioni pasquali sono occasione di sperimentare l’amore e la misericordia del Signore in un contesto ancora difficile. Giada Aquilino ha intervistato padre Darìo Echeverri, parroco della chiesa del Sacro Cuore di Gesù a Bogotà e segretario della Commissione di riconciliazione nazionale:

R. - In Colombia abbiamo il bisogno di sentire che questa celebrazione della Pasqua ci dia la forza per andare avanti e superare il ricordo di un passato molto triste, con una guerra davvero lunga. Noi abbiamo bisogno di sentire che la Risurrezione del Signore Gesù ci porta al perdono e alla riconciliazione. Questo è molto importante; senza questo la vita dei cristiani qui non ha senso e non ha senso nemmeno l’accordo tra il governo e la guerriglia delle Farc. Abbiamo il bisogno di sentire che la riconciliazione è una realtà della nostra vita.

D. - Per il Paese e anche per la Chiesa della Colombia cosa ha significato questo accordo di pace?

R. - Siamo arrivati all’accordo dopo tanti anni – più di quattro – di trattative tra il governo e la guerriglia più antica del continente. Per tale motivo, è vero, ci sono delle cose troppo difficili da accettare, ma è meglio questo che continuare una lotta che ci ha lasciato più di otto milioni di vittime. Non si può continuare così. Tanti sono rimasti colpiti e non sono d’accordo con l’accordo, ma è meglio questo che continuare una lotta senza senso che ha lasciato delle ferite profonde, soprattutto nella povera gente.

D. – Com’è cambiato il Paese in oltre 50 anni di guerra?

R. - A Bogotà e nelle grandi città non si sente il conflitto armato, ma nelle province c’è una situazione molto difficile proprio per la gente più povera, per gli indigeni, per i contadini.

D. - Che cosa manca per una vera riconciliazione del Paese? Abbiamo parlato dell’accordo con le Farc, ma ci sono altri gruppi ribelli…

R. - Penso che per una riconciliazione vera, ci sia bisogno della verità e anche di mettere nell’accordo altri gruppi della società. Tante gente, forse una maggioranza di colombiani, non era d’accordo con queste trattative, non ha conosciuto queste trattative tra il governo e la guerriglia e per questo - quando l’accordo è stato reso noto - la gente ha detto: “Noi non lo conosciamo questo, non siamo d’accordo”. La Chiesa allora ha esortato ad avvicinarsi, a dare ognuno il meglio di sé perché la Colombia possa essere in pace e riconciliata. In questo momento, per esempio, la guerriglia delle Farc e la guerriglia dell’Esercito di liberazione nazionale (Eln) si trovano insieme all’Avana per vedere come governo e Farc siano arrivati all’accordo: può essere un punto di riferimento per l’Esercito di liberazione nazionale.

D. - A settembre la visita del Papa, che più volte ha espresso vicinanza al Paese nel processo di pace e non solo: ricordiamo la preghiera per le vittime della recente valanga di fango a Mocoa. Che significato avrà la visita di Francesco?

R. - È molto importante. Il Papa può parlare con i colombiani, nella nostra lingua, può guardarci negli occhi, perché lui conosce molto bene la nostra realtà, può chiamare tutti i colombiani ad essere fratelli, per la costruzione di una pace stabile e duratura.