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Mondo \ Medio Oriente

Siria oltre cento le vittime per l'esplosione a ovest di Aleppo

Convoglio attaccato ad al-Rashiden. Ovest di Aleppo. - ANSA

Convoglio attaccato ad al-Rashiden. Ovest di Aleppo. - ANSA

Sale a 112 il numero delle vittime dell'esplosione che ieri ha colpito un convoglio di autobus, a Ovest di Aleppo, sul quale viaggiavano centinaia di persone evacuate dai villaggi sciiti di Kefraya e al-Foua. Lo hanno riferito i Caschi bianchi siriani, il corpo di volontari che opera nelle zone controllate dai ribelli. A provocare l'esplosione sarebbe stato un kamikaze a bordo di un'autobomba, ha riferito l'Osservatorio siriano  per i diritti umani, nei pressi di un deposito dei bus sui quali gli sfollati attendevano di salire per essere trasferiti nelle aree governative.

Intanto ci sono dei segnali di distensione fra Russia e Stati Uniti sul fronte del confltto siriano. Mosca si è detta pronta a ripristinare l’intesa sulla sicurezza nei cieli con gli Usa, a patto che le azioni imprevedibili di Washington non verranno ripetute. Intanto, Russia, Iran e Siria chiedono un’indagine indipendente sulla strage del 4 aprile scorso con presunte armi chimiche nella provincia di Idlib, che gli Stati Unti hanno attribuito al governo siriano. Il servizio di Paola Simonetti:

L’infuocato dibattito sulla gestione del conflitto siriano continua a tenere Russia e Stati Uniti su sponde diverse, una distanza resa più ampia dalla strage del 4 aprile scorso nella provincia di Idlib, con presunte armi chimiche, attribuita da Washington all’esercito siriano appoggiato dalla Russia. Un massacro smentito dal presidente siriano Assad, che punta il dito contro gli Stati Uniti per aver inventato la notizia. Qualche spiraglio arriva da Mosca, con la proposta di riattivare l’intesa con Washington, sottoscritta nel novembre del 2015, per contenere i rischi di incidenti fra gli aerei militari della coalizione anti-Is a guida americana, a patto che gli Usa non ripetano "azioni imprevedibili". Un passo strategico e lungimirante questo, come spiega Michela Mercuri, docente di storia contemporanea dei Paesi mediterranei all’Università di Macerata:

“Sia la Russia che agli Stati Uniti sanno benissimo che, al di là delle divergenze, un’escalation eccessiva sarebbe praticamente un gioco a somma zero, quindi un’autodistruzione totale. E’ il caro vecchio gioco dell’equilibrio di potenza, quindi gli Stati Uniti hanno dimostrato alla Russia di non voler cedere in alcun modo la propria egemonia in Medio Oriente e di voler continuare ad essere i gendarmi del mondo. E la Russia dovrà in qualche modo fare i conti  con questa nuova posizione americana ed accettare questo aggiustamento degli equilibri in Medio Oriente. Quindi, da questo punto di vista, questo disgelo, se così vogliamo chiamarlo, era quasi prevedibile”.

Intanto, però Russia, Iran e Siria, hanno chiesto una inchiesta rapida e indipendente sulla strage del 4 aprile con presunte armi chimiche, nel nord della Siria. Una operazione quasi obbligata per Mosca, spiega ancora Mercuri:

“Io credo che da questo punto di vista la Russia voglia cercare in qualche modo di mettere all’angolo gli Stati Uniti, anticipandoli in un certo qual modo. Voglio solo ricordare che la Russia nel 2013 si era fatta garante della distruzione dell’arsenale chimico di Assad. Ora, se fosse accertata la responsabilità di Damasco nell’attacco chimico recente la Russia dovrebbe ammettere che non è riuscita ad onorare l’impegno di controllare Assad. In secondo luogo, se dovessero emergere le colpe di Assad, il regime potrebbe finire e la Russia in questo momento non può permetterlo. Quindi credo che sia soltanto un modo di gettare fumo negli occhi, e le verità difficilmente in questo modo potrebbero venire a galla.

Il nodo della possibile destituzione di Assad resta, tuttavia, il capitolo sul quale Stati Uniti e Russia rimangono su posizioni opposte, con gli Usa che spingono per l’abbandono della carica da parte del presidente siriano e Mosca che, invece, si oppone fermamente a questa possibilità, per motivazioni molto concrete, come conclude Michela Mercuri:

“La Russia ha interessi vitali in Siria, nelle famosi basi di Lataki e Tartous, zona controllata da Assad, e che sono praticamente l’unico sbocco sul mare della Russia. Quindi, per Putin è praticamente impossibile lasciare andare Assad fintantoché Assad avrà un ruolo importante nel controllare queste zone. D’altra parte, però, chiaramente l’America ha fatto capire bene che non ci potrà essere un futuro del Paese con Assad alla sua guida. Forse - e dico forse - la Russia potrà essere disposta a cedere questo alleato di ferro soltanto in cambio di garanzie di ferro da parte degli Stati Uniti di poter mantenere il suo controllo sulla Siria e in modo particolare su queste aree.