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Francesco e Bartolomeo insieme in Egitto per la pace

Il Monastero di Santa Caterina ai piedi del Sinai - ANSA

Il Monastero di Santa Caterina ai piedi del Sinai - ANSA

Il Patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo sarà al Cairo il 28 e 29 aprile, su invito del Grande Imam della Moschea di Al Azhar, negli stessi giorni della visita di Papa Francesco. Insieme prenderanno parte alla Conferenza internazionale sulla pace promossa nella capitale egiziana. Nonostante le difficoltà internazionali e i recenti attentati contro la comunità copta, il dialogo ecumenico e interreligioso prosegue con determinazione. Ancora ieri, un attacco ad un posto di blocco nei pressi del Monastero ortodosso di Santa Caterina, ai piedi del Sinai, ha provocato la morte di un poliziotto. L’azione è stata rivendicata dal sedicente Stato islamico. Sul significato della presenza di Francesco e Bartolomeo al Cairo, ascoltiamo l’archimandrita Athenagoras Fasiolo, delegato del Metropolita ortodosso d’Italia, intervistato da Stefano Leszczynski:

R. – Credo che le due maggiori Chiese cristiane, le due famiglie maggiori del cristianesimo, siano testimoni comuni di un disegno di pace che va aldilà di quei vincoli politici, economici, anche delle superpotenze cosiddette cristiane che troppe volte, unitamente all’Occidente, restano in silenzio di fronte a questi fatti.

D. - C’è il rischio che questa unità e questa forza nel voler perseguire la pace possano provocare un intensificarsi delle reazioni opposte, di coloro che invece non vogliono la pace come è avvenuto per questi recenti attentati che hanno seguito l’annuncio della visita di Papa Francesco in Egitto?

R. - Credo che tutte le religioni abbiano come primo dovere quello di insegnare ai propri fedeli, ai propri discepoli, che cosa intendiamo come pace. Pace non è mai la supremazia di uno sugli altri; questa non è pace. Pace non è mai una pace imposta, non è mai una sottomissione ai voleri di alcuni sugli altri. Pace è coordinare, lavorare insieme per trovare una via comune, soddisfacente, giusta che possa garantire una vita giusta, cioè nella sua totalità. Ora non dobbiamo alle volte avere paura di dire che ci sono delle frange impazzite, però credo che come è avvenuto in duemila anni di storia cristiana in cui si è capito come si doveva vivere la fede, credo che altre famiglie religiose dovranno fare lo stesso. Non possiamo, secondo me, salvarci da soli; dobbiamo salvarci insieme, gli uni con gli altri: cristiani con i cristiani, cristiani insieme ai fedeli delle altre religioni.

D. - Riuscirà questo dialogo ecumenico e interreligioso a stabilire bene le distanze con chi vuole strumentalizzare la religione a fini politici o geopolitici?

R. - Credo di sì. Da uomo di fede credo di sì. Dobbiamo essere coraggiosi, però dobbiamo parlarci gli uni con gli altri anche delle cose che e gli uni e gli altri non abbiamo fatto per evitare tutto questo. L’Occidente sicuramente ha le sue cause nel sorgere di questi fondamentalismi; il mondo musulmano ha le sue cause per non aver saputo condurre a più saggi pensieri una teologia lasciata un po’ libera a se stessa. Credo che ognuno debba fare la sua parte, perché altrimenti siamo su una via senza ritorno. Dobbiamo incontrarci, dobbiamo avere il coraggio di parlarci, dobbiamo avere il coraggio di compiere anche questi viaggi difficili, perché io sono certo che questo viaggio, in questo momento, sia per Papa Francesco sia per il Patriarca ecumenico sia per tutti gli altri leader religiosi che saranno presenti, sia difficile. Non possiamo far finta di non vedere tutti i nostri fratelli di fede che soffrono in troppe parti del mondo; non possiamo non dire che la fede cristiana in questo momento è la fede più martoriata, ancora una volta, nel mondo. Ma questo non per voler affermare una supremazia o chissà che cosa, ma semplicemente per parlare come fratelli e per trovare insieme delle soluzioni.