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P. Roggio: pastorelli di Fatima, responsabili per gli altri in nome di Dio

 - ANSA

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Il Concistoro di stamattina ha reso noto che i pastorelli veggenti di Fatima, i fratelli Francisco e Giacinta, saranno proclamati santi il prossimo 13 maggio, in occasione del viaggio di Papa Francesco in Portogallo, per il centenario delle apparizioni della Madonna del Rosario. Padre Gian Matteo Roggio, docente alla Pontificia Facoltà teologica Marianum, esperto di apparizioni mariane, commenta la notizia al microfono di Fabio Colagrande:

R. - Questa canonizzazione dimostra come la santità sia qualcosa che riguarda tutti. Dio riguarda tutti, anche chi è piccolo, anche chi è ragazzo. Anche chi è bambino viene guardato da Dio e ha bisogno di cose che riguardino Dio. Questa canonizzazione va accolta così, riconoscendo che Dio è vicino a tutti e Dio è capace di fare santi anche dei bambini, lasciandoli bambini.

D. – Qual è stata la testimonianza di santità dei due giovanissimi veggenti?

R. - Essenzialmente la loro testimonianza è stata quella del sentirsi responsabili in nome di Dio per gli altri. Loro sono vissuti in un tempo di guerra, in un tempo di inimicizia, durante la grande tragedia della Prima Guerra Mondiale. Quindi in un tempo dove essere responsabili per gli altri poteva risultare quasi offensivo, come un gesto disfattista per la mentalità comune impegnata a vincere la guerra su tutti e due i fronti. Questi ragazzi invece ricevono da Dio la chiamata e il dono di sentirsi responsabili degli altri, perché è nel diventare responsabili degli altri che l’essere umano cresce come persona, come figlio di Dio, ed è solo così che si possono trovare le basi per una civiltà diversa rispetto a quella che porta alle guerre.

D. – Quale significato spirituale ha la vita d’intensi sacrifici, spesso auto-inflitti, e di preghiera per i peccatori, condotta dai due fratelli dopo le apparizioni?

R. - In quei tempi la penitenza era concepita essenzialmente come una mortificazione di se stessi: un infliggersi delle privazioni però a beneficio degli altri, perché questa privazione potesse portare qualcosa di buono negli altri. Ed è ciò che i due ragazzi hanno fatto. Trasponendolo nella nostra vita, potremmo dire che questa penitenza, oggi, assume i caratteri del voler accogliere l’altro, anche quando l’altro è problematico perché fa il male, perché mi fa del male. Forse oggi noi abbiamo bisogno di trovare vie di penitenza che ci portino a costruire un dialogo con l’altro educando noi stessi a togliere di mezzo le realtà che impediscono l’accoglienza e alla fine fomentano l’indifferenza, la paura, il conflitto e la guerra.

D. – Ancora oggi colpisce che la Madonna sia apparsa ed abbia lasciato il suo messaggio a giovanissimi pastori di famiglia umile, analfabeti. Che senso ha questa circostanza, padre Roggio?

R. – La Vergine dona quello che lei stessa ha ricevuto; non dimentichiamo che Maria è stata raggiunta da Dio in età molto giovane. Con questo, Maria forse vuole lasciare alle giovani generazioni la certezza che Dio li raggiunge. Le giovani generazioni spesso vivono nell’ignoranza di Dio, non pensano che Dio li possa raggiungere; ma in realtà la Vergine ci mostra che Dio raggiunge le giovani generazioni e, attraverso queste, vuole portare avanti una storia di salvezza, una storia diversa.

D. – Qual è infine l’attualità del messaggio delle apparizioni della Madonna di Fatima un secolo dopo?

R. – L’essere umano non è fatto solo per questo mondo: è fatto per raggiungere il mondo di Dio. E il messaggio di Fatima insiste molto su questa dimensione dell’aldilà; ma l’aldilà lo si raggiunge quanto più i nostri piedi camminano nell’aldiquà e quanto più le nostre mani - ricordando proprio quello che San Giovanni Paolo II disse a Fatima - sono in grado di rendere questo aldiquà un giardino e non un cumulo di macerie o un deserto senza vita.