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Biotestamento: i commenti di Marazziti e Gambino

La Camera dei deputati durante l'esame del disegno di legge sul biotestamento - ANSA

La Camera dei deputati durante l'esame del disegno di legge sul biotestamento - ANSA

Il disegno di legge sul “biotestamento”, approvato ieri alla Camera dei Deputati e ora in attesa dell’esame del Senato, introduce la normazione delle dichiarazioni anticipate di trattamento (Dat), secondo cui un cittadino può stabilire a quali terapie sottoporsi in caso di una grave malattia impedente e debilitante. Il testo finale è arrivato dopo un’accesa discussione parlamentare come spiega Mario Marazziti, presidente della Commissione Affari Sociali della Camera dei Deputati, al microfono di Michele Raviart:

R. – La legge è stata approvata ieri con una maggioranza schiacciante. Questo testo, così com’è uscito, contiene dei punti problematici per chi è cattolico, per chi ha a cuore le persone più deboli e può temere che chi si trovi ad applicarla possa trovare dei varchi nei quali non sempre la vita verrà tutelata. In realtà, rispetto al testo come era arrivato – il testo base – è profondamente cambiato: alcuni dei rischi e dei problemi sono migliorati – penso all’autodeterminazione assoluta: per fortuna, l’ultimo giorno è passato un emendamento per il quale la vincolatività delle Dat può essere disattesa dal medico qualora le dichiarazioni siano palesemente incongrue o quando siano intervenuti dei miglioramenti della medicina. Il capo che riguarda i disabili ad esempio l’abbiamo conservato; il tutore del disabile deve comunque agire nell’interesse del diritto alla vita: c’erano stati forti tentativi per togliere questo punto. Oppure, il riferimento alla deontologia professionale … Che questo sia sufficiente, difficile dire. Ma sicuramente è stato un grande lavoro per conciliare due cose che sembrano inconciliabili, cioè la libertà individuale che qualcuno vorrebbe assoluta – e assoluta non può essere – e il ruolo del medico che certo non può sostituirsi alla libera scelta della persona, perché la persona è tutelata nella sua dignità. E’ stata una legge molto complicata. I rapporti di forza erano molto squilibrati … la legge forse è meno squilibrata dei rapporti di forza che ci sono in Parlamento.

D. – Su quali punti si può ancora lavorare per migliorare questa legge?

R. – Sicuramente bisogna fare un registro nazionale delle Dat, che le renda utilizzabili: questa parte è debole perché non c’erano stanziamenti e quindi per ora è più frammentata. Per quanto riguarda la parte sull’idratazione assistita e l’alimentazione artificiale, c’era un emendamento che chiedeva una riformulazione che potesse essere meno preoccupante e più a tutela della vita, in tutti i casi: non è passato con 93 voti a scrutinio segreto. E’ il massimo dei voti che ha preso un emendamento che cercasse di cambiare questo punto. Dall’altra, all’ultimo minuto abbiamo fermato la reintroduzione dell’eutanasia attiva: quindi, il problema dei miglioramenti c’è, però bisogna anche evitare i peggioramenti …

Tra le criticità, l’equiparazione di cibo e acqua a “trattamenti sanitari” e l’obbligo delle strutture sanitarie di garantire le Dat. Ascoltiamo il commento di Alberto Gambino, giurista e presidente dell’associazione Scienza e Vita:

R. – Il disegno di legge ha qualche luce ma molte ombre. Una luce è che la rigidità delle direttive anticipate di trattamento sono diventate un po’ più elastiche. Il medico davanti alle direttive, dichiarazioni o disposizioni che implicano un’esecuzione obbligatoria può discostarsene laddove ne verifichi la non adeguatezza rispetto al quadro clinico. Quindi, da questo punto di vista, anche delle improvvide dichiarazioni - fatte magari in un momento in cui non si aveva nessuna contezza della patologia - possono essere disattese dal medico perché può ritenere invece che ci sono delle cure, anche non invasive, che possono guarire l’individuo.

D. - Quali sono invece le criticità?

R. – La prima criticità è che accanto a una definizione un po’ consueta di accanimento terapeutico è stata introdotta una fattispecie molto rischiosa: davanti a una prognosi infausta, a breve termine o di imminenza di morte, il medico deve astenersi da ostinazioni irragionevoli. Qui si annida la possibilità che siano i giudici a decidere che cosa significhi tutto questo. Il rischio è che il paziente, a questo punto, non venga affatto curato, accudito perché il medico rischierebbe moltissimo se andasse contro questa disposizione.

D. - Uno dei punti più contestati è quello dell’equiparazione a terapie di cibo e acqua…

R. - Verificare che sempre e in ogni caso l’alimentazione e l’idratazione artificiale siano una cura e una terapia, oggettivamente, è un fuor di luogo. Chi le ritiene terapie dice che poiché per poter alimentare artificialmente una persona c’è bisogno dell’intervento di un medico, questo diventa atto medico. Ci sono tanti casi in cui, invece, è un sostentamento vitale di necessità e che implica che a quel punto la rinuncia a questo presidio vada di pari passo con una sedazione profonda e questo sia davvero l’anticamera di una vera e propria eutanasia.

D. – L’obiezione di coscienza viene garantita e cosa implica per le strutture sanitarie di ispirazione cattolica?

R.  – C’è una frase che dice che il medico in generale non ha obblighi professionali. Ma obblighi professionali non significa obiezione di coscienza. L’ultimo comma dell’articolo 1 sancisce il principio che tutto quello che è contenuto in questo disegno di legge debba essere rispettato da tutte le strutture sia pubbliche che private e quindi dentro c’è anche l’ospedalità cattolica. Allora, in questi casi, andiamo a contrastare davvero con la coscienza del medico e anche con quello che è lo spirito tipico del concordato delle nostre strutture sanitarie di stampo cattolico.

D. – In sostanza questa legge può essere considerata un passo avanti seppure con tutte le criticità verso una sistematizzazione del problema?

R. – Questa legge in realtà ha dietro una forzatura. Davanti a un sistema sanitario che già prevede, attraverso il codice deontologico, gran parte delle soluzioni a dei casi di criticità, vuole introdurre questo aspetto dell’autodeterminazione del paziente, che da un lato se fosse solo legato al consenso informato, cioè quando il paziente è vigile e presente, è bene che ci sia; invece quando ci si sposta sull’idea che questa autodeterminazione non sia legata a un momento patologico terminale ma sia legata a una previsione di un cittadino in perfetta salute che a un certo punto - tra l’altro davanti a un notaio e non davanti a un medico - dica cose su terapie che neanche conosce, è un’esaltazione di questo individualismo esasperato che poi alla fine, invece, va a contrastare proprio l’individuo da cui promana questa apparente libertà.