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Papa al Ted2017: cambiamo il mondo con la rivoluzione della tenerezza

Videomessaggio di Papa Francesco al TED2017 - AFP

Videomessaggio di Papa Francesco al TED2017 - AFP

In un mondo in cui l’economia sembra dare più importanza alle cose, serve la “rivoluzione della tenerezza” per rimettere al centro le persone. E’ quanto afferma Papa Francesco in un lungo e appassionato videomessaggio indirizzato, a sorpresa, ai partecipanti al TED2017 in corso a Vancouver che riunisce esponenti dell’economia, delle scienze e della cultura a livello mondiale sul tema “The future you”, “Il futuro sei tu”. Il Pontefice ha sottolineato che per cambiare il mondo non dobbiamo ripiegarci su noi stessi, ma dobbiamo ascoltare gli altri, soprattutto il grido dei poveri e della terra, nostra casa comune. Il servizio di Alessandro Gisotti:

“L’esistenza di ciascuno di noi è legata a quella degli altri: la vita non è tempo che passa, ma tempo di incontro”. E’ l’inizio del videomessaggio di Papa Francesco al TED2017 di Vancouver sul tema “Il futuro sei tu”. Un messaggio tutto dedicato alla fratellanza e alla solidarietà in un mondo troppo spesso sfigurato dall’egoismo, dalle guerre e da un’economia centrata sulle cose invece che sulle persone.

Abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, spegnere le guerre nel nostro cuore
Rivolgendosi ai leader mondiali dell’economia, della cultura e della scienza, il Papa ha sottolineato che ogni volta che incontra i migranti si chiede “perché loro e non io?”:

“Mi piacerebbe innanzitutto che questo incontro ci aiuti a ricordare che abbiamo tutti bisogno gli uni degli altri, che nessuno di noi è un’isola, un io autonomo e indipendente dagli altri, che possiamo costruire il futuro solo insieme, senza escludere nessuno. Spesso non ci pensiamo, ma in realtà tutto è collegato e abbiamo bisogno di risanare i nostri collegamenti: anche quel giudizio duro che porto nel cuore contro mio fratello o mia sorella, quella ferita non curata, quel male non perdonato, quel rancore che mi farà solo male, è un pezzetto di guerra che porto dentro, è un focolaio nel cuore, da spegnere perché non divampi in un incendio e non lasci cenere”.

La fraternità diventi il cuore delle scelte politiche ed economiche
Molti oggi, ha proseguito, “sembrano non credere che sia possibile un futuro felice”. Timori da prendere sul serio ma che si possono superare se non ci chiudiamo in noi stessi. Francesco ha così rivolto l’attenzione alla necessità di una “maggiore equità e inclusione sociale”:

“Come sarebbe bello se, mentre scopriamo nuovi pianeti lontani, riscoprissimo i bisogni del fratello e della sorella che mi orbitano attorno! Come sarebbe bello che la fraternità, questa parola così bella e a volte scomoda, non si riducesse solo a assistenza sociale, ma diventasse atteggiamento di fondo nelle scelte a livello politico, economico, scientifico, nei rapporti tra le persone, tra i popoli e i Paesi. Solo l’educazione alla fraternità, a una solidarietà concreta, può superare la 'cultura dello scarto', che non riguarda solo il cibo e i beni, ma prima di tutto le persone che vengono emarginate da sistemi tecno-economici dove al centro, senza accorgerci, spesso non c’è più l’uomo, ma i prodotti dell’uomo”.

La solidarietà, ha rilevato, “non è un meccanismo automatico, non si può programmare o comandare: è una risposta libera che nasce dal cuore di ciascuno”. “Se uno comprende che la sua vita, anche in mezzo a tante contraddizioni, è un dono – ha soggiunto – che l’amore è la sorgente e il senso della vita, come può trattenere il desiderio di fare del bene agli altri?”. Ha così messo l’accento sulla creatività dell’amore che non si accontenta di buoni propositi.

Mettere le persone e non le cose al centro dell’economia
C’è sempre bisogno di un altro, di un “tu”, “un fratello di cui prendersi cura”. Di qui Francesco ha rammentato la Parabola del Buon Samaritano:

“La storia del Buon Samaritano è la storia dell’umanità di oggi. Sul cammino dei popoli ci sono ferite provocate dal fatto che al centro c’è il denaro, ci sono le cose, non le persone. E c’è l’abitudine spesso di chi si ritiene ‘per bene’, di non curarsi degli altri, lasciando tanti esseri umani, interi popoli, indietro, a terra per la strada. C’è però anche chi dà vita a un mondo nuovo, prendendosi cura degli altri, anche a proprie spese. Infatti – diceva Madre Teresa di Calcutta – non si può amare se non a proprie spese”. 

“Grazie a Dio – ne è convinto Francesco – nessun sistema può annullare l’apertura al bene, la compassione, la capacità di reagire al male che nascono dal cuore dell’uomo”. Ed ha sottolineato che “nella notte dei conflitti che stiamo attraversando, ognuno di noi può essere una candela accesa che ricorda che la luce prevale sulle tenebre, non il contrario”. Ha così evidenziato il valore della speranza, “la virtù di un cuore che non si chiude nel buio, non si ferma al passato, non vivacchia nel presente, ma sa vedere il domani”.

La tenerezza è ascoltare il grido dei poveri e della nostra casa comune
La speranza, ha ripreso, “è la porta aperta sull’avvenire”: “Basta un solo uomo perché ci sia speranza, e quell’uomo puoi essere tu”. Francesco si è così concentrato sul tema a lui caro della rivoluzione della tenerezza:

“Che cos’è la tenerezza? È l’amore che si fa vicino e concreto. È un movimento che parte dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani. La tenerezza è usare gli occhi per vedere l’altro, usare le orecchie per sentire l’altro, per ascoltare il grido dei piccoli, dei poveri, di chi teme il futuro; ascoltare anche il grido silenzioso della nostra casa comune, della terra contaminata e malata. La tenerezza significa usare le mani e il cuore per accarezzare l’altro. Per prendersi cura di lui”.

La tenerezza, ha detto, “è il linguaggio dei più piccoli, di chi ha bisogno dell’altro”, dei bambini e dei loro genitori. “A me – ha detto ancora – piace sentire quando il papà o la mamma parlano al loro piccolo bambino, quando anche loro si fanno bambini, parlando come parla lui, il bambino”.

Il potere diventi servizio per diffondere il bene
E’ la tenerezza dell’“abbassarsi al livello dell’altro” come anche Dio ha fatto con noi. La tenerezza, ha affermato, “è la strada che hanno percorso gli uomini e le donne più coraggiosi e forti. Non è debolezza la tenerezza, è fortezza”:

“Permettetemi di dirlo chiaramente: quanto più sei potente, quanto più le tue azioni hanno un impatto sulla gente, tanto più sei chiamato a essere umile. Perché altrimenti il potere ti rovina e tu rovinerai gli altri. In Argentina si diceva che il potere è come il gin preso a digiuno: ti fa girare la testa, ti fa ubriacare, ti fa perdere l’equilibrio e ti porta a fare del male a te stesso e agli altri, se non lo metti insieme all’umiltà e alla tenerezza. Con l’umiltà e l’amore concreto, invece, il potere – il più alto, il più forte – diventa servizio e diffonde il bene”.

“Il futuro dell’umanità – ha detto – non è solo nelle mani dei politici, dei grandi leader, delle grandi aziende. Sì, la loro responsabilità è enorme". "Ma il futuro - ha concluso - è soprattutto nelle mani delle persone che riconoscono l’altro come un ‘tu’ e se stessi come parte di un ‘noi’”.