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Giornata libertà stampa. Giulietti (Fnsi): vicini ai giornalisti turchi

Il presidente della Federazione nazionale stampa italiana, Giuseppe Giulietti  - ANSA

Il presidente della Federazione nazionale stampa italiana, Giuseppe Giulietti - ANSA

#NoBavaglioTurco, è lo slogan del sit-in che si è svolto questa mattina a piazza Montecitorio, a Roma, animato dalla Federazione nazionale della Stampa, UsigRai, Amnesty International Italia e tante altre organizzazioni, e con il sostegno delle associazioni di categoria europee ed internazionali dei giornalisti. La manifestazione si è tenuta alla vigilia della Giornata mondiale della libertà di stampa sul tema “Menti critiche per tempi critici, il ruolo dei media per una società migliore, pacifica, giusta e inclusiva”. Sulla situazione in Turchia, Marco Guerra ha intervistato il presidente della Federazione nazionale della stampa italiana (Fnsi), Giuseppe Giulietti:

R. – Siamo qui per ricordare i 150 giornalisti turchi che sono in carcere. Loro hanno mandato un messaggio dalle carceri, dicendo: “Non spegneteci, non oscurateci, dateci voi voce e continuate a gridare ‘No al bavaglio turco’, chiedete la nostra scarcerazione”. E per questo, con tantissime associazioni diverse siamo davanti alla Camera dei Deputati, e poi incontreremo i presidenti della Camera e del Senato per consegnare loro questo appello e chiedere che le autorità internazionali ed europee trovino una posizione comune sulla Turchia, e soprattutto sul ripristino dei diritti civili e politici.

D. – Si è deciso di mettere a fuoco la situazione in Turchia. Oggi com’è la situazione della libertà di stampa, in questo Paese che rappresenta anche il confine dell’Europa?

R. – Questa è la grande preoccupazione ovviamente, anche perché la Turchia fa parte anche della Nato e ha ancora un dossier aperto con l’Europa: non è un Paese qualsiasi. La situazione è tragica: cresce il numero dei giornalisti arrestati e non solo dei giornalisti, ma anche di magistrati, scrittori, avvocati, studenti. Migliaia e migliaia sono all’interno delle carceri; sono stati chiusi pressoché tutti i media indipendenti da Erdogan; e la stessa commissione indipendente dell’Osce, che ha monitorato le elezioni, ha detto che non c’è stata libertà di accesso ai mezzi di comunicazione, e che le elezioni sono state alterate dalla censura: solo il 5 per cento dei tempi totali sono stati dati in TV agli oppositori di Erdogan, in occasione dell’ultimo referendum. Quindi è una situazione estrema, e questo ci ha spinto, peraltro, anche a presentare una mozione a livello internazionale dei giornalisti, che è stata approvata proprio questa notte, e nella quale si chiede a tutti i Paesi membri del sindacato internazionale dei giornalisti di dare voce alla protesta dei colleghi turchi, che non hanno più voce e che non possono parlare.

D. – Una situazione emersa  anche con l’arresto di Gabriele Del Grande, che era andato in Turchia per raccontare le storie dei flussi migratori: questo caso ci ricorda che la Turchia è uno snodo importantissimo anche per diverse vicende che stanno riguardando tutto lo scacchiere internazionale…

R. – Assolutamente sì.  Ma non è un problema solo dei giornalisti: è proprio il problema della collocazione strategica della Turchia, che può essere o una grande zona di dialogo, incontro e confronto tra le diversità o invece un grande luogo di cancellazione delle diversità. La manifestazione di oggi, come tante altre, non è contro il popolo turco, contro i turchi, contro chi prega in modo diverso da noi, ma è contro un governo oppressivo e il quale non fa distinzione alcuna, quando deve mettere in carcere, tra credenti, non credenti, giornalisti, scrittori, professori o magistrati.

D. – Come ha ricordato lei, la libertà di stampa è un mezzo importantissimo anche per proteggere il pluralismo e per raccontare un Paese. Abbiamo visto infatti che fin da subito alcune testate in Turchia sono state proprio colpite da provvedimenti repressivi…

R. – Non c’è dubbio. Quando si determina un regime, qualunque punto di vista diverso da quello del capo e della sua cerchia deve essere espresso; e quindi le minoranze religiose, le minoranze sociali, le minoranze etniche e politiche. Le minoranze diventano un problema e un fastidio, ma le democrazie vivono del rispetto delle diversità. In Turchia si stanno cancellando le diversità, e dunque anche le diversità religiose; e per questo bisogna far sentire la nostra voce con forza, costanza e senza alcun timore.

D. – Quindi è una lezione, quella dei giornalisti turchi, che parte appunto dalle carceri ma arriva a tutta la stampa libera dell’Occidente e del mondo…

R. – Certamente, anche perché non dimentichiamoci che non c’è solo la situazione turca; ma basti pensare alla situazione dei giornalisti in Siria, Egitto, Eritrea, Somalia, in Venezuela in queste ore; senza dimenticare purtroppo quei giornalisti italiani costretti a vivere sotto scorta nelle zone di mafia e camorra. E domani infatti, 3 maggio, Giornata internazionale della libertà dell’informazione, noi proseguiremo in questo viaggio. Oggi, per gridare “No al bavaglio turco”, ma domani anche per chiedere una grandissima attenzione nei confronti di quei giornalisti che operano contro mafia e camorra e che spesso sono costretti a vivere sotto scorta.