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Hamas accetta Stato palestinese entro i confini del '67

L'annuncio di Khaled Meshaal a Doha, in Qatar - REUTERS

L'annuncio di Khaled Meshaal a Doha, in Qatar - REUTERS

L’organizzazione palestinese Hamas, al potere nella Striscia di Gaza, ha approvato una modifica del suo programma politico e ha accettato la creazione di uno Stato palestinese entro i confini del 1967. E’ la prima volta che il movimento prende una decisione del genere, nel tentativo di rompere il suo isolamento internazionale. Ad annunciare la novità è stato, ieri in Qatar,  Khaled Meshaal, leader della fazione islamica in esilio. La dichiarazione di Hamas è 'solo fumo negli occhi',  è stata la reazione del  governo israeliano. Francesca Sabatinelli ha intervistato Giuseppe Dentice, ricercatore dell’Ispi:

R. - Pur essendo un importante passo in avanti, significa che Hamas sta attuando una risposta tattica in una situazione di difficoltà. Si trova internamente in una situazione di difficoltà politica perché vi sono nuove forze che contestano l’attuale leadership. Vi sono forze sempre più radicali, tra cui anche piccoli gruppi legati, in alcuni casi, all’Is, che contestano l’attività di Hamas, e che danno vita aD una corsa al radicalismo interno. Allo stesso tempo, dimostra le difficoltà della stessa leadership di Hamas nel reperire risorse per dare vita aD un rilancio della zona, che è assolutamente disastrata dopo la guerra del 2014. Possiamo dire però che, almeno dal punto di vista simbolico, sicuramente è una svolta. Poi però bisognerebbe capire realmente qual è la volontà della leadership e dei gruppi collegati perché si porti avanti un reale processo di pace israelo-palestinese.

D. – Immaginare una svolta nelle relazioni israelo-palestinesi è quasi impossibile, allo stato dei fatti…

R. – Impossibile no, in Medio Oriente quel che vale oggi non vale domani. Di sicuro possiamo dire che Israele ha accolto con molto scetticismo l’annuncio di Hamas. E allo stesso modo anche l’Anp è stata molto tiepida. È chiaro che vi sono diversi piani paralleli di scontro anche tra questi tre attori. L’annuncio dice che Hamas riconosce i confini post ’67, ma non riconosce lo Stato di Israele. Quindi, da questo punto di vista, c’è un’impossibilità di dialogo, diciamo così. Allo stesso tempo, però, Hamas dice che rinuncia al concetto di Palestina storica – cosa che invece l’Anp ancora richiede – riconoscendo i confini del 1967: la Cisgiordania attuale e la Striscia di Gaza. Quindi, ci sono situazioni tali per cui è difficile mettersi realmente a dialogare se le posizioni di partenza sono così distanti. Allo stesso tempo, però, nulla ci vieta di sperare che le situazioni possano evolvere positivamente.

D. – Ciò che nel documento di Hamas viene anche specificato è che non rinuncia alla lotta contro quello che chiama "progetto sionista", ma non è contro la religione ebraica…

R. – È interessante questa prospettiva, perché da un certo punto di vista cambia anche un po’ il paradigma del confronto. Non riconosce più Israele come uno Stato ebraico, quindi contro una popolazione, ma la definisce una “forza occupante”: quindi è un implicito riconoscimento di uno Stato, pur non essendoci realmente. Questo significa che probabilmente a questo punto Hamas intende portare avanti una sorta di confronto-scontro con Israele, isolando allo stesso tempo una parte del dialogo palestinese fatto dalla Anp, e da Fatah in particolare. Quindi vi sono diversi punti di incontro e scontro, tesi a indebolire diverse parti collegate in questo contesto politico.