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Nei cinema "Cuore sole amore" di Daniele Vicari

Isabella Aragonese nel film "Cuore sole amore" - RV

Isabella Aragonese nel film "Cuore sole amore" - RV

E’ nei cinema l’ultimo film di Daniele Vicari "Cuore sole amore": nella Roma che si dibatte fra indifferenza, povertà e sfruttamento, la giovane Eli si consuma fino alla morte per mantenere la famiglia e salvare il posto di lavoro. Un personaggio che non si dimentica, interpretato da una magnifica Isabella Ragonese. Il servizio di Luca Pellegrini:

Eli ha quattro figli, un marito disoccupato, una amica che è quasi una sorella, Vale, e un lavoro che dista due ore dal suo appartamento a Torvaianica. Il bar dove ogni mattina arriva trafelata non le cancella il sorriso. E’ una persona stupenda, Eli, che Isabella Ragonese interpreta con quella semplicità che solo i grandissimi attori riescono ad avere sullo schermo. Veste, dall’inizio alla fine del film, uno cappottino rosso: indossando quello, la troveranno, uno dei tanti volti anonimi di Roma, senza vita nella metropolitana, consumata dalle fatiche. Daniele Vicari non ha esitato a raccogliere un fatto realmente accaduto e a rimodularlo in un film, Cuore sole amore, prezioso e, come lui dice, semplice. E’ la semplicità eroica della gente comune che in questo mondo di soprusi e indifferenza, cerca di sopravvivere. Il cinema, come conferma ai nostri microfoni il regista, non può non occuparsene:

R. – Diciamo che me ne sono sempre un po’ occupato, perché alla fine è il mio lavoro. Però in questi ultimi anni la situazione è precipitata secondo me; non c’è solo l’indice del fatto che ormai milioni di persone si trasferiscono dal Sud del mondo verso di noi, e quindi vanno a cercare qualcosa in un luogo dove, probabilmente, non la troveranno. C’è anche il fatto che tutte le persone che conosco, con le quali sono cresciuto, i miei amici, la gente con cui ho studiato, hanno delle difficoltà gigantesche a mantenere un livello di vita accettabile. Questo allarme è una cosa che sento di dover raccogliere, anche perché se posso dire una parola, voglio dirla su questo tema.

D. – Sembra che nel suo film ci sia quasi un virus che infetta la società, in questo caso Roma e che sembra quasi impossibile da debellare …

R. – Per certi versi è così. Se le donne non si facessero carico dell’80 percento della fatica sociale, la nostra società crollerebbe miseramente. Non dico una cosa basata sulle statistiche; basta guardarsi intorno: le donne mantengono in piedi le nostre famiglie ancora, come se fossimo nel Dopoguerra, si fanno carico del welfare inesistente. Infatti nel mio film, le due protagoniste Eli e Vale sono ognuna il welfare dell’altra e l’una senza l’altra non ce la farebbero. Forse Vale può farcela di più rispetto ad Eli, perché Vale ha deciso di non avere una famiglia; Eli, invece, con una famiglia numerosa sulle spalle e un marito disoccupato, soccombe, perché non ce la può fare. Perché si sta drammatizzando così tanto la situazione? Perché abbiamo creato un sistema che va contro gli esseri umani secondo me; non c’è altra spiegazione.

D. – Daniele, sembriamo vivere quasi in una sorta di apatia morale. È così?

R. – Non c’è dubbio. Ogni giorno sono stupito dal fatto che non ci sia una ribellione. Tutti quanti accettiamo questa situazione come la grandine, però poi ogni giorno succedono tragedie che le cronache riportano. Bisogna porre rimedio a questa cosa. il cinema non può dire: “Ribellatevi”; per me il cinema deve raccontare. Deve raccontare il conflitto, la tragicità dell’esistenza. Se anche il cinema rimuove il conflitto e la tragicità dell’esistenza allora il cinema fa parte del potere integralmente, serve solamente a far sì che le persone dicano: “Vabbè, ma in fondo possiamo passarci un paio di ore divertenti e tiriamo a campare”.

D. – In quel bar dove lavora Eli sempre con il sorriso, quel bar diventa quasi lo specchio della nostra società, il ricettacolo delle violenze e degli abusi che si fanno sugli esseri umani …

R. – Sono figlio di una persona che gestisce il bar. Mia madre ha un bar. Il bar è un luogo pubblico e all’interno si chiacchiera, arrivano un po’ tutte le frustrazioni delle persone. Questo è un po’ un luogo comune: il barista sa della moglie, sa quello che il marito non sa … In questo senso il bar è un luogo simbolo della nostra società e nel mio film dovevo trovare un modo per entrare nel conflitto sociale. Il bar era il luogo. Nel bar c’è anche il rapporto di lavoro però, tra il piccolo padroncino che crede di essere in qualche modo autosufficiente - e in realtà non lo è - e che fa pagare questa mancanza alle proprie dipendenti. Ma questa è una guerra tra poveri. Non è una classica guerra di potere.