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La denuncia dell'Oim: in Libia migranti torturati e sepolti vivi

Migranti a Tripoli, Libia, in attesa di offerte di lavoro - AFP

Migranti a Tripoli, Libia, in attesa di offerte di lavoro - AFP

245 vittime tra morti e dispersi: è il bilancio finale dei naufragi avvenuti nel fine settimana nel Mediterraneo. Le cifre sono dell’Alto Commissariato Onu per i rifugiati, Unhcr, che ha aggiornato i numeri sulla base delle testimonianze dei superstiti. Dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni arriva intanto una denuncia gravissima. Francesca Sabatinelli :

In un solo fine settimana il numero delle vittime nel Mediterraneo ha fatto salire a 1.300 il totale dei morti e dispersi dall’inizio dell’anno. 43 mila, invece, i migranti e i richiedenti asilo che sono riusciti ad arrivare sulle coste italiane. E’ l’Unhcr a procedere con la triste conta e a raccontare dei due naufragi dei giorni scorsi: il primo di venerdì, quando un gommone è affondato con 132 persone a bordo, i superstiti, una cinquantina, sono poi stati sbarcati in Sicilia. Il secondo naufragio è invece di domenica, sulle coste della Libia, con un bilancio di oltre 160 vittime. Sono fondamentali le operazioni di salvataggio in mare, ribadisce l’Unhcr, che chiede di affrontare le cause che spingono le persone alla fuga, nonché di offrire vie accessibili e sicure per raggiungere l’Europa. Stesse richieste arrivano dall’Organizzazione internazionale delle migrazioni, l’Oim che denuncia una serie di violazioni atroci a danno dei migranti che si trovano in Libia, violenze che non risparmiano donne e bambini, anche loro vittime di stupri e torture. Flavio Di Giacomo è il portavoce dell’Oim:

R. – Le interviste che stiamo facendo stanno facendo emergere dei dettagli veramente orribili riguardo alle violenze che i migranti subiscono nel Paese: parliamo di migranti che spesso vengono detenuti a scopo di richiesta di riscatto alle loro famiglie da parte di trafficanti o, comunque, di questi gruppi che rapiscono i migranti, che li costringono a chiamare a casa, li torturano in diretta, con le famiglie che ascoltano da casa le torture e quindi inviano soldi per liberare i propri parenti. Abbiamo sentito storie di migranti che sono stati costretti a seppellire vivi degli amici perché si erano fatti male e non potevano camminare e i trafficanti, non volendo fardelli, li hanno costretti a seppellire vive queste persone, chiaramente sotto la minaccia delle armi e i loro amici non hanno potuto fare altrimenti. Sono storie che veramente non possiamo non accogliere con orrore, che spiegano il fattore di spinta che sta dietro alle partenze che stiamo registrando dalla Libia in questi ultimi mesi. Ci sono molti migranti che sono bloccati in Libia e che piuttosto che restare nel Paese e subire ulteriori violenze, o essere uccisi, e a volte piuttosto che rischiare di tornare a casa, perché fare il percorso a ritroso, verso il Paese di origine, può essere pericolosissimo, pensano che ci siano meno rischi, o comunque sperano che possano esserci meno rischi, a cercare la traversata del Mediterraneo.

D. – L’Oim ha denunciato, anche in un recente passato, la collaborazione tra i trafficanti e alcuni pezzi della guardia costiera o delle autorità libiche, lo continuate ancora a ribadire?

R. – La situazione è piuttosto complicata, in Libia, è questa la verità, perché c’è una guardia costiera libica che adesso è, bene o male, formalmente riconosciuta, però allo stesso tempo nel passato, e anche adesso immagino che la situazione non sia cambiata, ci sono tanti gruppi che dicono di essere guardia costiera e invece non lo sono, perché la Libia è un Paese frammentato da un punto di vista di presenza delle autorità. Lì c’è un governo che, lo sappiamo, è un governo centrale che però non riesce a controllare tutto il territorio che starebbe sotto di sé, questo perlomeno è quanto ci viene raccontato anche da testimoni. Quindi, ci sono alcune aree del Paese in cui è difficile dire chi è chi. In questo momento, la guardia costiera libica sta ricevendo una formazione, un training, da parte dell’Unione europea, ma sono chiaramente tutti personaggi e funzionari che sono stati selezionati con un’attenta valutazione. Allo stesso tempo, tra tutte le persone che si muovono in Libia, che possono dire di essere della guardia costiera, chiaramente possono esserci personaggi di dubbia origine. Però, ecco, la guardia costiera con cui adesso l’Unione europea sta collaborando è stata selezionata proprio per evitare che ci siano commistioni con i trafficanti.

D. – Sembra quanto mai importante che si favorisca l’apertura di corridoi umanitari …

R. – Sì, assolutamente. Detto questo, considerando che il fattore di spinta in questo momento non solo sono i regimi e le persecuzioni da cui fuggono i migranti, ma anche il fatto che purtroppo la Libia sia diventata un fattore di spinta anch’essa, proprio perché i migranti, anche coloro che non vogliono venire in Europa, sono veramente costretti dalle violenze in quel Paese a continuare il viaggio verso l’Italia via mare, bisognerebbe incominciare a risolvere il problema con politiche a lungo termine, che possano andare a offrire alternative ai canali irregolari, perché la migrazione irregolare nelle mani dei trafficanti porta morte, porta violenze e arricchisce queste organizzazioni criminali. E’ importantissimo aprire canali legali, regolari, per persone che hanno diritto alla protezione internazionale, ma anche bisognerebbe incominciare a delineare canali regolari per lavoro. Bisogna agire su questi due canali regolari e allo stesso tempo iniziare a pensare a offrire alternative a livello locale, sia nei Paesi di transito sia nei Paesi d’origine. La migrazione è un fenomeno molto complesso, ci sono persone che non hanno assolutamente scelta per motivi di protezione internazionale; ci sono alcuni che non hanno scelta perché vivono in una povertà che li forza a partire, anche quella è una sorta di migrazione forzata, chiaramente. Alcuni che, invece, potrebbero anche provare a cercare alternative a livello locale con politiche di sviluppo mirate, sia nei Paesi di transito, sia nei Paesi di origine. Quindi bisogna lavorare su tutta questa serie di iniziative a lungo termine. Questa crisi umanitaria non è una crisi numerica, attenzione! Perché parliamo di 180 mila persone l’anno che arrivano in Italia e che rappresentano lo 0,3 per cento del totale della popolazione italiana, molto meno se pensiamo al mezzo miliardo di abitanti dell’Unione europea. Quindi, è una crisi non numerica, ma umanitaria e sicuramente operativa, perché è estremamente complicato e pericoloso, anche per chi effettua i salvataggi, salvare tutte queste persone nel Mediterraneo, perché salvare le persone in mare è sicuramente altra cosa piuttosto che accogliere le persone via terra!