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Sud Sudan: Onu, oltre un milione i bambini costretti a fuggire

Piccoli rifugiati sud sudanesi in Uganda - AP

Piccoli rifugiati sud sudanesi in Uganda - AP

Una protesta per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale sul collasso dell’economia del Sud Sudan. È quella andata in scena ieri a Juba, mentre si aggrava anche l’emergenza umanitaria, in particolare per i bambini. Ce ne parla Giada Aquilino:

Il Sud Sudan è sull’orlo del baratro e studenti e cittadini scendono in strada a Juba e protestano. Pur poggiato su una delle bolle petrolifere più estese dell’Africa, il giovane Paese ha visto crollare la propria economia in particolare dopo la guerra scoppiata a dicembre 2013, con sanguinosi scontri tra le truppe governative del presidente Salva Kiir e i fedelissimi del vicepresidente Riek Machar. Ce ne parla da Nairobi Bruna Sironi, corrispondente della rivista Nigrizia per il Corno d’Africa:

“C’è un’inflazione galoppante per cui succede che si vada al mattino a comprare qualsiasi cosa al mercato e si torni nel pomeriggio e il prezzo del prodotto è già cambiato ed è aumentato. Cento dollari si cambiano adesso a 8.500 scellini: prima della guerra si cambiavano a 350. Nel Paese già c’erano problemi con il cambio della moneta, per via di molta corruzione: i dollari non si trovavano perché venivano in qualche modo controllati dalla leadership che poi giocava sul cambio. Con la guerra, la situazione è precipitata. Intanto è aumentata la corruzione e poi è diminuita vertiginosamente la produzione di cibo. E’ diventato difficilissimo far arrivare le derrate alimentari, anche di prima necessità. Tutto arrivava a Juba dall’Uganda e dal Kenya, adesso le strade sono assolutamente impraticabili o praticabili con molte difficoltà: i camion devono muoversi con una scorta, ci sono molti agguati, il territorio è insicuro. E tutto ciò fa schizzare in alto i prezzi”.

Uno stato di tensione e violenza che si protrae da quasi quattro anni, aggravato da dissensi etnico-politici che nelle ultime ore hanno portato il presidente Salva Kiir a licenziare il capo di stato maggiore dell’esercito: il generale Paul Malong è da molti indicato come uno degli istigatori degli scontri tra etnia Dinka, a cui appartiene lo stesso capo di Stato, e quella Nuer, di cui è esponente Riek Machar. Ancora Bruna Sironi:

“La città di Juba è presidiata dalla polizia, non dall’esercito. Il che fa pensare come il presidente ormai ritenga che l’esercito non lo protegga sufficientemente. L’esercito è fedele a Malong, al capo di Stato maggiore e si può ipotizzare che lui abbia messo in piedi una rete di connivenze all’interno dell’esercito che rispondono a lui e a nessun altro”.

In questo quadro, la situazione umanitaria si fa sempre più precaria: secondo l’Unicef e l’Alto commissariato Onu per i rifugiati (Unhcr) il numero dei bambini fuggiti dal Sud Sudan ha superato quota 1 milione. Lo spiega Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia:

“Il Sud Sudan fa parte di quei quattro Paesi che oggi vivono la più grave carestia dal 1945, in condizioni quindi disumane: abbiamo delle evidenze di casi di malnutrizione diffusa per circa 250 mila bambini. A questo aggiungiamo che un bambino su cinque è costretto alla fuga dalla propria casa perché il conflitto è devastante e perché soprattutto le parti in causa non trovano un’intesa. Quindi siamo davvero sull’orlo della catastrofe”.

Gravissimo anche il quadro degli sfollati interni, come evidenzia Iacomini:

“All’interno del Sud Sudan fino ad oggi sono mille i bambini uccisi o feriti dal conflitto. Ci sono poi un milione e 100 mila bambini sfollati. La gran parte di questi addirittura non frequenta le scuole. E’ il più alto numero al mondo. E’ una situazione traumatica: questi piccoli subiscono sconvolgimenti fisici, hanno paura, vivono una situazione di stress e rischiano di essere reclutati dai gruppi armati e hanno grandissimi problemi legati allo sfruttamento sessuale e all’abuso. Ma pensiamo anche alla situazione dei Paesi vicini. Gran parte di queste umanità indifese fugge in Paesi come l’Uganda, il Kenya, l’Etiopia, il Congo, attraversando i confini: spesso si tratta di bambini soli, non accompagnati e quindi esposti doppiamente a violenze ed abusi. In questi casi, stiamo cercando di intervenire per dare sostegno alle famiglie, laddove questi bambini si trovino inseriti in contesti familiari; ma dove non ci sono, stiamo cercando di registrarli, di proteggerli e di inserirli all’interno di strutture che possano in qualche modo provvedere - in questa fase - sia alla protezione psicologica sia a quella umanitaria, che vuol dire un’assistenza alimentare immediata”.