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Libia, governo Serraj ad Haftar: lavorare sotto autorità civile

Il generale Haftar - AFP

Il generale Haftar - AFP

Il generale Khalifa Haftar deve accettare di lavorare “sotto un’autorità civile” per sperare di giocare un ruolo nel futuro della Libia. Lo ha detto Mohamad Taher Siala, ministro degli Esteri del governo di unità nazionale libico, guidato da Fayez al Serraj. La recente stretta di mano ad Abu Dhabi tra Haftar, uomo forte dell’est del Paese appoggiato da istituzioni locali parallele, e al Serraj è stata letta come un primo timido passo verso la pacificazione in Libia, con la promessa del disarmo delle milizie ed elezioni a marzo 2018. Ma nelle ultime ore si registrano tensioni e scontri tra fazioni armate sia a Tripoli, sia a Bengasi. A che punto è dunque l’intesa raggiunta negli Emirati Arabi Uniti? Risponde Arturo Varvelli, ricercatore Ispi, intervistato da Giada Aquilino:

R. – I giochi non sono ancora chiusi, cioè quello di Abu Dhabi è stato un primo abboccamento. Il contesto nel quale questo accordo verbale è stato stabilito - ossia la capitale degli Emirati Arabi Uniti - ci dice chiaramente qual è stata la parte prevalente: è stata la parte che si rifà al Parlamento di Tobruk, al generale Haftar e che trova una sponda in una sorta di triplice alleanza costituita dalla Russia, dall’Egitto di Al Sisi e dagli Emirati Arabi. Questi tre elementi sono, naturalmente, propensi a una stabilizzazione della Libia e pensano che Haftar sia una pedina imprescindibile. Queste tre potenze non colgono il fatto che Haftar sia però un elemento in buona parte non unificante del Paese, ma un potenziale catalizzatore di divisioni. E questo sta già avvenendo, perché vediamo che la compagine legata al governo di autorità nazionale voluto dalle Nazioni Unite non è compatto. Quindi si tratta di capire quali saranno i bilanciamenti futuri all’interno del sistema istituzionale libico: si è parlato di un passaggio del Consiglio presidenziale da nove elementi a tre elementi; al Serraj sarebbe in minoranza perché gli altri due sarebbero il presidente del Parlamento di Tobruk, Aguila Saleh Issa, e l’altro sarebbe Haftar stesso. E Haftar stesso potrebbe avere un ruolo di presidente all’interno di questo Consiglio presidenziale. Il che vorrebbe dire in qualche maniera stabilire che l’autorità militare è superiore a quella civile.

D. – Il messaggio inviato dal governo al Serraj al generale Haftar, di dover lavorare sotto un’autorità civile, che vuol dire?

R. – Che Haftar potrebbe essere il capo delle forze armate, ma certamente è molto difficile, soprattutto da parte di alcuni elementi della Tripolitania – in particolare pensiamo alla città di Misurata – accettare un ruolo di predominio del generale.

D. – Di fatto sul terreno qual è la situazione?

R. – Non è cambiato niente o poco. La Libia ha bisogno di ricostituire il monopolio dell’uso della forza: questo è naturalmente molto difficile; ci vorrebbe un lavoro più profondo di quanto non si stia facendo e questo lavoro profondo è dettato dal fatto che è necessario che vi sia un’unità di intenti da parte delle milizie più importanti, che però sono state solo marginalmente coinvolte in tutti gli accordi voluti fin qui dalle Nazioni Unite e anche nelle recenti intese. Coinvolgere i militari, le forze militari significherebbe - in realtà - fare un passo successivo, cioè portare dalle parole, dalla politica ai fatti concreti, a chi sta sul terreno un accordo di stabilizzazione della Libia.