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Terre des hommes: una Guida per accogliere i migranti minori

Minori migranti sbarcati a Porto Empedocle - ANSA

Minori migranti sbarcati a Porto Empedocle - ANSA

Nove su dieci arrivano da soli sulle coste italiane. Nel 2016 sono stati oltre 17 mila, quasi il 50 per cento in più rispetto al 2015. Parliamo dei minori migranti non accompagnati da familiari, di cui uno su tre - quasi 6 mila - sono scomparsi fuggiti dai centri di prima accoglienza, poco dopo il loro arrivo. Un dramma che non trova risposta nelle istituzioni dello Stato. Tra gli organismi non governativi più attivi su questo fronte di solidarietà è Terre des hommes, che ieri a Palermo ha presentato la nuova “Guida al modello Faro”. Di cosa si tratta? Roberta Gisotti ha intervistato Federica Giannotta, responsabile del progetto:

R. - Il Progetto Faro è iniziato ormai quasi cinque anni fa e si è premurato di offrire ai minori non accompagnati una presa in carico globale, che fosse attenta sia alla sfera psico-sociale sia invece ai problemi di carattere psicologico: quindi un’attenzione davvero a tutto tondo della persona.

D. – Quali sono attualmente le maggiori disfunzioni dell’accoglienza, da parte delle istituzioni dello Stato?

R. – Noi operiamo in porti, in hot-spot, in centri di prima accoglienza, quindi ovviamente a seconda del luogo dove siamo le problematiche sono diverse. In primo luogo, c'è l’assenza di un'informazione, di un orientamento alla persona in qualunque di questi contesti: nessuno spiega ad un minore che cosa è un porto, chi fa che cosa, dove deve andare per chiedere le cose di cui ha bisogno … è considerato sostanzialmente un numero, un corpo. Se poi guardiamo gli hot-spot, – almeno quello di Pozzallo che noi conosciamo molto da vicino – ormai si sa, non è adeguato ad accogliere, neanche per un giorno, un minore; bisognerà però vedere se i numeri degli arrivi lo permetteranno. E poi, la lunga permanenza della prima accoglienza è il problema principale, permanenza che si prolunga per mesi: siamo arrivati a registrare picchi di 14-16 mesi, che è una cosa assolutamente inammissibile per strutture che sono appunto di accoglienza temporanea. E poi ancora, l’assenza di tutori qualificati, e anche la difficoltà di attivare una procedura di riunificazione con una famiglia o un parente che si trovi in un Paese europeo, legalmente residente. Così pure per i pochi minori che vogliono restare in Italia, nel momento in cui li facciamo fuggire, perché non siamo stati in grado di prenderci realmente cura di loro, ancora una volta il sistema di accoglienza si puo dire è fallito. Quindi è importante questo nostro programma perché ha questa attenzione alla persona, a seconda del momento e del luogo in cui si trova. Cerchiamo di ascoltare e piano piano, passo dopo passo di sviluppare insieme al minore attività e interventi che possano effettivamente rendere utile il tempo – lungo – della prima accoglienza.

D. – Quanti ne avete seguiti in questi cinque anni nel Progetto Faro, e per quanto tempo li avete seguiti, e che fine hanno fatto?

R. – Soltanto l’anno scorso ne abbiamo seguiti più di 2.400 ed oltre 220-230 sono i minori che abbiamo seguito dal punto di vista psicologico, anche con segnalazioni nei casi molto gravi di vulnerabilità ai servizi del territorio, quindi alle Asl e ai Servizi sociali, con i quali c’è un fortissimo raccordo. Che fine fanno? Per lo più, restano nella prima accoglienza: come le dicevo, un’accoglienza che si prolunga per molto tempo. Quindi noi abbiamo scelto in alcuni casi, per esempio, di chiudere un intervento in un determinato centro di prima accoglienza perché dopo due anni di presenza nostra, avevamo anche trasmesso un “know-how” e delle ricadute positive tali per cui il centro avrebbe potuto continuare ormai da solo. Abbiamo anche visto molti minori allontanarsi: arrivare noi la mattina e non trovare quei ragazzi con cui avevamo iniziato un percorso qualche mese prima; ragazzi che stanchi di una non-risposta dal punto di vista istituzionale, quindi stanchi dell’attesa di un trasferimento in comunità definitive, hanno deciso di proseguire il viaggio da soli. Allora lì sì che è un fallimento. Che poi, noi – questi stessi ragazzi – li incrociamo a Ventimiglia, dove siamo presenti con un’altra équipe, che fa in quel caso orientamento al contesto ma anche da supporto legale, perché sono tanti i ragazzi che arrivano dalla Sicilia e dicono di essere fuggiti subito dopo lo sbarco.

D. – Chi finanzia il Progetto Faro?

R. – Fino ad oggi e in tutti questi anni, è sempre stato finanziato da fondi nostri, da fondi privati. Noi stiamo – tra l’altro – dialogando anche con il Ministero dell’Interno per poter avere anche delle risorse quanto meno parziali dal nostro Paese: questo significherebbe senz’altro molto!

D. – Comunque, c’è ancora molto, molto da fare per fronteggiare questo fenomeno in espansione?

R. – Sì: ma c’è da fare ad un doppio livello, nel senso che - io credo - l’Italia abbia già fatto un passo importante con la nuova Legge di riforma approvata, che però noi verificheremo se sarà implementata correttamente, rimanendo sul territorio, per toccare con mano se poi la legge Zampa – che è una buona legge – verrà effettivamente implementata. E dall’altra parte, credo sia importante lavorare al livello di Unione Europea, rispetto alla riforma del sistema-Dublino, perché molti dei problemi che noi abbiamo sul campo derivano dalla 'cattiva' policy europea in materia di immigrazione. Quindi noi come Terre des Hommes abbiamo proprio, in corso di conferenza, presentato anche un “position paper” sulla nostra posizione, rispetto alle proposte di riforma del sistema-Dublino, che attualmente sono sul tavolo di Bruxelles.